F. Greco – Alla ricerca del bianco perduto

Alla ricerca del bianco perduto

Il colore della civiltà contadina, respiro del paesaggio mediterraneo, contaminato, offuscato da una modernità retta da un cromatismo volgare nei suoi postulati estetici aggressivi e devastanti. Metafora di un individualismo esasperato che trasferisce nel telecomando l’espressione di un libero arbitrio per cui il nostro io è diluito in un allucinato nulla cioraniano che ci trasforma in cloni dalla percezione e sensibilità uguale a quella di altri.

E così, brandendo un soggettivismo cieco e folle, dipingiamo le nostre case di colori assurdi: giallo canarino, verde voltastomaco, viola jettatorio, marrone-feci. Il bianco è il colore solare dell’identità, la memoria, le radici, ma anche dell’innocenza perduta, svenduta, dell’umanesimo del mondo di ieri che ci portiamo nel sangue, della socialità mite e appagante tramite l’affabulazione dolce con cui avveniva il passaggio delle esperienze e i valori, della solidarietà tra individui, famiglie, collettività nell’aspra lotta per la sopravvivenza.

Il grande pittore pugliese (è nato a Supersano) Ezio Sanapo (erede di Toma, Casciaro, Vincenzo Ciardo, ecc.), da anni porta avanti una battaglia per il ritorno a quella che Rosy Trane (Critical Food) chiama “dignità del paesaggio” e Donato Margarito (critico lettarario) “respiro del paesaggio”. L’artista rimpiange quel bianco sfavillante di cui un tempo erano dipinte le case (nella foto di Sandra Sammali) ora che viviamo in stanze di pietre nere a causa non della quieta sedimentazione del tempo ma della pitture industriali che soffocano le pareti. Parla di “bianco violentato da colori assurdi”, di “forme architettoniche deliranti”, di “respiro soffocato del mondo contadino”. La calce era prodotta nei forni del Salento (intorno a Taurisano) ora chiusi, la vendevano girando nei paesi su carri agricoli, mentre nel profondo Nord, nel Brenta, si continua a farla in modo tradizionale e la esportano nel mondo. “…bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvare l’anima e quella di chi la abita (Andrea Zanzotto, poeta)”.

Conscio che occorre parlarne alle nuove generazioni, l’artista porta avanti la battaglia nelle scuole, dove fa circolare un manifesto che richiama il “Regolamento edilizio dei Comuni di Terra d’Otranto e Leuca del 1899”, in cui espressamente agli articoli 16, 17, 20 e 25 si invitava la popolazione a escludere tinte che “per troppa vivezza potranno offendere la vista, od ingenerare diminuzione di luce…”.

Il documento è firmato da artisti e intellettuali italiani e stranieri: Rocco Turco (Tricase), Luigi Schiavano (Taurisano), Giuseppe Pellegrino (Cutrofiano), Arnaldo Alfarano (Supersano), Vito Lisi (Miggiano), Amedeo Gualtieri (Supersano), Costantino Nuzzo (Tricase), Agostino Branca (Tricase), Francesca Trane (Ruffano), Donato Margarito (Montesano S.), Cosimo Corallo (Ruffano), Mauro Arena (Tricase), Ingrid Simon (Vienna), Donato Nuzzo (Castiglione), Francesca Lillo (Ruffano), Francesco Accogli (Tricase), Tommaso De Marco (Tricase), Paola Trono (Tricase), Luca Santoro (Taurisano), Adelaide Gerardi (Monteroni), Miriam Rifuggio (Tricase), Antonio Macchia (Specchia), Alfredo De Giuseppe (Tricase), Roberta Cirillo (Napoli), Francesco Alfarano (Supersano), Eleonora De Giuseppe (Tricase), Giuseppe Nuzzo (Ruffano), Giovanni Pellegrino (Zollino) e Giorgio Fersini (Tricase).

Domanda: Maestro, lei si chiede cosa si dovrebbe esorcizzare, col tamburello, la taranta o un dèmone infido portato dalla modernità e che ci fa imbruttire ciò che per secoli è stato bello e sano…
R. “Nella maggioranza dei Comuni del Salento il paesaggio urbano continua a essere sfregiato da forme architettoniche estranee alla nostra cultura, dalla colorazione esagerata delle facciate delle abitazioni, il ricorso eccessivo alla pietra a vista e le bombolette spray. Così ha subìto un trattamento opposto alla musica popolare: uniti da secoli, sono stati separati. In questo contesto oggi si balla e si suona il tamburello sullo sfondo di ciò che ci circonda, e dovremmo chiederci: cosa c’è davvero da esorcizzare?”.

D. Lei sostiene che a forza di deturpare ne risentirà anche il turismo…
R. “Gli ospiti non sono attratti soltanto dal clima e dalla musica, ma anche dal paesaggio e ciò che i turisti trovano porta evidenti i segni del degrado e l’incuria dell’uomo. Essi dicono che non sappiamo conservare la bellezza, che è meglio se non tocchiamo più niente, che di danni ne abbiamo già fatti anche troppi. Nella nostra mentalità distorta, l’interesse privato prevale su quello pubblico”.

D. Di chi la colpa?
R. “Delle amministrazioni comunali, sindaci, assessori, uffici tecnici. Nei 60 anni di prima e seconda Repubblica, o sono stati incompetenti o hanno avuto altri interessi. Ma pure di geometri, ingegneri, architetti”.

D. C’è, pare di intuire, un forte elemento sub-culturale legato a un degrado complessivo, fuori e dentro di noi…
R. “Prevale una forma di anarchia, di fai da te. L’artigiano porta la mazzetta di colori, il committente guarda e punta sui più vistosi. Più forti sono più ci si distingue dagli altri: è la cultura dell’apparire senza essere. Rosso, azzurro, arancio, giallo, verde, viola. E così, quello che prima era un paesaggio unico ora è un agglomerato di singole e ibride case colorate come pacchi natalizi” .

(F. Greco)

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