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Marisa Prete – Il dolore mansueto nei dipinti di Ezio Sanapo

Il dolore mansueto nei dipinti di Ezio Sanapo

Reali o leggendari, gli animali hanno sempre avuto una posizione privilegiata nella storia dell’umanità e quindi anche nella storia dell’arte. Sin dalla preistoria infatti essi sono stati oggetto di rappresentazione, rivestendo significati culturalmente e storicamente variabili. Dalla notte dei tempi, le creature animali hanno incarnato simboli e allegorie, divenendo figure archetipe, divinità oggetto di culto o simboli ad esse legate, pur con sostanziali differenze tra una cultura e l’altra.

Troviamo figure animali anche nei quadri di Ezio Sanapo, pittore nato e cresciuto nel mio stesso paese di origine, Supersano, disteso ai piedi di una collina nel basso Salento, in Finis Terrae, dove l’Italia si protende nel Mediterraneo verso la sua culla millenaria, la Grecia. Una terra in cui ancora oggi, qualche volta, nelle sere d’estate, si odono echi di quella antica civiltà risuonare negli sfrenati e sensuali ritmi della pizzica, che sfiniscono le danzatrici nella vertigine del ballo.

Classe 1948, Ezio Sanapo è figlio di quella terra; eppure nelle sue opere il Salento assume i confini più ampi del sogno, in cui i personaggi si muovono in un dormiveglia sospeso, al di fuori dello spazio e del tempo. Le atmosfere diafane e impalpabili delle sue opere sono teatri metafisici in cui i personaggi, umani o animali, partecipano tutti indistintamente a un dramma comune, che comincia innanzitutto dal rapporto con lo spazio vuoto in cui sono immersi, all’interno del quale l’incontro e la comunicazione non possono aver luogo, perché quel vuoto è esso stesso una presenza, che isola le figure racchiudendole in confini invalicabili.

Nelle tele di Ezio Sanapo la solitudine e l’alienazione dell’individuo, relitto della vecchia civiltà contadina, si consumano in spazi che ricordano la sua calda terra d’origine, ridotta a un’essenzialità e a un’indeterminatezza onirica, che sprofondano nella struggente evanescenza dei ricordi di infanzia. Le strade, le architetture, gli stessi personaggi hanno una consistenza materica sfumata, rarefatta; un miraggio catturato e immobilizzato da colori morbidi e sommessi. Scenari di teatri metafisici, si diceva, in cui tutto rimane sospeso in un senso di attesa.

La capra di Notturno (2010) dorme e si sorregge spingendo con la fronte contro la parete. Eppure questa scena non ci comunica la sensazione piacevole del riposo notturno, ma con la sua forza poetica colpisce i recessi profondi del nostro sentire e ci infonde qualcos’altro, un sentimento amaro, che prosciuga le parole: il senso oscuro del male di vivere. Questa immagine lo condensa in un gesto semplice, chiuso, bloccato, una situazione senza via di uscita, dove anche l’ambiente, ridotto a uno spazio limitato e scabro, esprime bene la stessa costrizione interiore e la stessa impotenza, quella solitudine dello spirito che è malessere quotidiano e inespresso.

La contrapposizione tra le scarne linee verticali e il movimento orizzontale della capra crea una tensione inerte, un equilibrio composto e dimesso tra la spinta cieca dell’animale e l’indifferenza del muro.

Sembra di riascoltare le parole di Umberto Saba, che nel belato della sua capra solitaria “sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita”, perché “il dolore è eterno” e affratella tutti gli esseri viventi. E tuttavia qui la capra non bela disperata come nella poesia di Saba, ma rimane rigida e muta, in un dolore inconsapevole e innocente, una rassegnata ostinazione a tenersi in piedi, contro una parete altrettanto rigida (unico sostegno consistente e possibile), a partecipare di quel male cosmico che tace nella notte, sotto una luna di leopardiana memoria.

E’ un dolore mansueto, quello di questi animali. In questo paesaggio urbano deserto e astratto, evanescente ed etereo come il sogno, anche il cavallo ha un muro davanti da cui può solo affacciarsi. Ancora un’azione bloccata, ancora un personaggio confinato, recintato, collocato nel vuoto.

Il paesaggio surreale di una capra distesa in un campo deserto all’ombra di un parasole verde a fiori, che la ripara dalla canicola, non può che arrivare dai recessi del sogno, o forse da quelli di una insensatezza che sa essere anche elegante e composta. Cosa vuole dirci questa capra solitaria, legata con una corda a un puntello piantato nella terra? Qual è il suo messaggio? Forse non ce l’ha, forse è solo l’immagine di una follia decorosa che ci blocca lo sguardo e ci sconcerta. Intanto pensiamo: se una corda tiene prigionieri e la terra è arida e spoglia, è sempre bene avere un ombrellone a fiori che ripari dai raggi del sole che brucia. Verde come l’erba, assente nel paesaggio. Un’illusione che consola.

Anche qui l’impossibilità del movimento e della fuga, anche qui quel male di vivere che è sostanzialmente impotenza, inerzia, immobilità. E’ un’immagine accostabile al rivo strozzato e alla foglia riarsa di Montale, situazioni quotidiane in cui si riscontra un crudele incepparsi delle cose. Ma in questo caso la nota surreale di un ombrellone a fiori può dare il miraggio di un sollievo, per quanto effimero, a quella condizione dell’esistenza che è uno ‘stare soli nel deserto sotto il sole, legati a un paletto di ferro, con lo sguardo rivolto a un orizzonte vuoto e lontano’.

Marisa Prete – La natura inquieta nelle opere di Ezio Sanapo

La natura inquieta nelle opere di Ezio Sanapo

Nella vita di un uomo ci sono due orizzonti. Uno è quello interiore, formato dai propri vissuti e dai propri sentimenti, a cui diamo il nome di “anima”. E’ un mondo invisibile e recondito, che gli artisti cercano di rappresentare penetrando l’espressione del volto, le sfumature dello sguardo, la luce degli occhi, la postura del corpo. L’altro orizzonte è il primo referente dell’essere umano, cioè la “natura”, ed è il mondo visibile che vive al di fuori dell’occhio umano, all’interno del quale l’individuo si rappresenta collocato e che accoglie la proiezione di quell’orizzonte interiore. Da una parte lo sguardo dell’arte ha una direzione introspettiva, dall’altra segue il cammino complementare dell’indagine del rapporto, conflittuale o armonioso, tra uomo e natura.

La rappresentazione della natura è diventata lo schermo sul quale l’uomo ha proiettato le proprie passioni, la propria visione del senso della vita e del suo stare al mondo.

Ezio Sanapo è nato e cresciuto in un piccolo paese dell’entroterra salentino, Supersano. Se si guarda la cartina geografica, si scopre che è proprio al centro della penisola protesa tra l’Adriatico e lo Ionio. Uliveti a perdita d’occhio; interminabile pianura appena increspata dai dolci rilievi della Serra. Dalla sua cima, nelle giornate limpide, si possono vedere il mare e le montagne dell’Albania. La terra dei campi è rossa. Bassi muretti di pietre a secco segnano i confini, grondanti delle pale carnose dei fichi d’india. Ogni tanto si apre una piccola ferita, un breve fossato cosparso di canne dai verdi piumacchi. Non ci sono fiumi e corsi d’acqua in Salento. Le sorgenti sono racchiuse tutte nelle viscere della terra e non fuoriescono all’esterno. Scorrono nel sottosuolo, profonde e inquiete come i sogni ricorrenti, corrosive come i sensi di colpa.

E’ questo lo scenario dei quadri di Ezio Sanapo, un paesaggio che nelle sue tele sfuma nelle tonalità del sogno e della visione. La natura non fa mai da sfondo, ma è sempre protagonista, insieme ai personaggi, nel creare il senso di una distanza, di un conflitto atavico e tuttavia necessario tra l’uomo e le cose della terra. La natura è una presenza viva e inquieta, ma segue delle leggi proprie. Non è madre amorevole, non avvolge in abbraccio, non consola. Questa natura rimane spesso indifferente, o si erge ostile, alle sorti umane. Essa ha come un sostrato spirituale, a cui ci si può accostare solo con il sentimento e il rispetto delle cose sacre.

Ne Il canneto, una donna si avventura con passo sicuro nell’intrico impenetrabile di un bosco di canne. La tela ha un’atmosfera sospesa e misteriosa, come se ci trovassimo di fronte a un rito misterioso che si perde nella notte dei tempi. Nelle tele di Ezio Sanapo, le donne hanno sempre qualcosa di sacrale, che le rivela depositarie di antichi segreti millenari. Forse perché, lungo i secoli, la donna è stata in grado di costruire un suo spazio di libertà solo nel profondo della propria interiorità e, nello stesso tempo, ha dovuto anche imparare a celarlo bene, a renderlo non immediatamente decifrabile, labirintico, proprio come questo canneto. Efficace metafora della complessità dell’animo femminile, spesso oscuro, impenetrabile, a volte inaccessibile, il canneto è la natura che spaventa con il suo intrico, che minaccia di inghiottire nelle sue viscere materne, e nel quale tuttavia la donna s’introduce sicura, come sacerdotessa custode del mistero.

L’uomo, invece, non ha lo stesso coraggio e lo stesso senso del sacro. Per questo rimane al di sopra della siepe, alla superficie dell’intrico, non accettando il rischio di lasciarsi avvolgere da esso, di penetrare nel mistero insondabile dell’intreccio.

L’uomo cerca di addomesticare la natura, di modellare gli alberi secondo forme geometriche perfette. Ma, durante la notte, quella stessa natura ritrova la sua selvatichezza indomabile e ritorna ad essere una minaccia avvolgente, che incombe sulle cose umane.

La natura non asseconda i sogni degli uomini. Ha una sua anima selvaggia, che non si lascia ammansire. Ha scopi e tempi tutti suoi, che non coincidono con quelli dell’uomo, proprio come queste lumache che scappano dal paniere.

Gli eventi e i manufatti umani sono poca cosa di fronte alla presenza incombente della natura. Rimangono piccoli e distanti, inessenziali ed effimeri come visioni lontane nella notte, mentre la terra o la tempesta avanzano inesorabili e minacciose.

Non sono mai azzurri e limpidi i cieli di Ezio Sanapo. Con i loro grigi vorticosi, appaiono sempre forieri di  messaggi di sventura. La natura è un oracolo che manifesta le sue profezie. Il ragazzo con la fionda è una tela ispirata alla tragica storia di un giovane di Supersano, Piero Musio, morto a tredici anni in seguito al crollo del solaio di una casa che l’impresa edile che lo aveva assunto in nero stava ristrutturando. Un’assurda morte per lavoro, un destino atroce per un ragazzo nel fiore dei suoi anni. In questa tela l’albero spoglio di ulivo (l’ulivo è un sempreverde. Un ulivo spoglio è un albero morto senza speranza) e il cielo grigio che turbina nelle sue spirali dense, come di gesso, sono presagi funesti di un destino crudele, tanto più dolorosi se riportati al sorriso fiducioso del ragazzo, che ci guarda con la luce dei suoi tredici anni. L’albero si protende alle sue spalle come un oscuro angelo della morte, pronto a ghermirlo con i suoi rami secchi e appuntiti. Anche la terra è un tappeto di geroglifici oscuri, dall’aspetto nefasto

Ha le sembianze di uno spettro questo ulivo chiaro e senza vita. Un fantasma che danza nella notte al ritmo delle musiche antiche di quella regione. Spirito giunto a reclamare il prezzo di una civiltà che ha rinnegato le sue origini e maltrattato la sua terra. Perché la natura di Ezio Sanapo non è madre che consola, ma dea inquieta e potente, forza oscura da rispettare e semmai lasciarsi possedere.

 

Lettera di Aldo Bello

Lettera di Aldo Bello

Carissimo Ezio,

cinque, sei, sette volte ho messo mano a una risposta, e se vuoi a un riscontro, alla tua “Terza generazione”. E ogni volta, puntualmente, ho tracciato una croce sghemba sul manoscritto e ho mandato tutto all’aria. Qualcosa non quadrava, qualcos’ altro mi sfuggiva, mentre intendevo trovare una misura, con echi sinceri, realistici e speculari a quanto hai scritto in quelle pagine. Lo faccio ora, in via definitiva, forse perché mi sento in una condizione serena, (per quanto si possa restare sereni ad ogni rilettura del tuo testo), forse anche perché non ti aspetti più alcuna mia risposta, mentre io non ho mai rimosso questi tuoi grumi di vita vissuta, di esperienze esistenziali, di delusioni (tradimenti) e di illusioni futuribili (l’eterno inganno meridionale di una pertinace “speranza”. Capirai dagli ultimi righi perché questo disprezzo del termine).

Dunque. Tu rivedi un tuo cugino dopo una parentesi di dodici anni. Tu e lui anagraficamente adulti, ormai, ma ancora segnati (particolarmente tu, par di capire) dagli antichi ragionamenti sul mondo, qual era e come avreste voluto trasformarlo, nel senso di renderlo migliore e più nobile, o meno ignobile, nel momento in cui nella nostra cultura e civiltà si attuava una svolta radicale, e Supersano, il Salento e il Sud erano in fase di mutazione e si sentivano scivolare di dosso la vecchia pelle come la “camicia” di un rettile. Tu scrivi: era il 1960, tempo del miraggio di un salario fisso e del consumismo che aveva varcato anche le frontiere del Mezzogiorno, ma pure dell’emigrazione, dell’ espulsione dei valori consolidati della civiltà rurale dal contesto dell’antropologia umana e civile che aveva contrassegnato la nostra identità dalla notte dei tempi. E’ il tuo appassionato elogio dell’universo contadino, quello che aveva formato la tua (e nostra) anima e la tua (e nostra) coscienza e conoscenza, quello che però registri come irrimediabilmente tramontato. Era fatale che accadesse. I nostri contadini, i nostri artigiani, i “negri bianchi” che affollavano i mai abbastanza maledetti ”treni della speranza” (ho il malinconico vanto di avere inventato questa espressione nel linguaggio del giornalismo d’inchiesta italiano) erano esuli solitari della fame, erano miriametri di fasci muscolari, erano tonnellate di disperata materia grigia, che andavano al Nord e in Europa a vedere, come si diceva dalle nostre parti, “dove chiarisce il giorno”: vale a dire, dove fossero possibili un lavoro meno precario, un tozzo di pane meno amaro, un’ accumulazione primitiva di microcapitali in valuta che un giorno consentissero il ritorno ai luoghi d’origine, l’impianto di una modesta attività lavorativa (al pianterreno) e di un’abitazione con l’acqua corrente (da sempre più preziosa dell’ argento vivo) e col bagno di ceramica ordinaria (accanto all’officina o alla bottega che dir si voglia, oppure al primo piano) che sostituisse il vaso di coccio o il cesso dietro un paravento di fortuna. Tu sai che non sto inventando nulla: la condizione civile e sociale di un imponente di “lumpenproletariat” avrebbe reclamato una autentica rivoluzione, che non ci fu. E quando si realizzò, fu pacifica e nello stesso tempo radicale: si chiamò spopolamento di interi paesi e abbandono delle campagne, ricerca della tuta blu, trasferimento delle radici (e dei valori) oltre i confini dell’antico Regno di Napoli. In quei giorni cominciò a morire il vecchio Sud rurale. Osserva i nostri paesi. Le periferie sono butterate da costruzioni, che ancora oggi grondano sudore e sangue versati da quegli uomini in quegli anni. E sono orrende periferie, sotto il profilo urbanistico e architettonico. Alcune hanno divorato boschi, devastato campagne, sottomesso violentemente serre e pianure. Eppure testimoniano del transito, del passaggio su un diverso e più dignitoso gradino, appunto, civile e sociale. Sono il segno tattile del nostro inconfessato ri-morso. Così sono state travolte le superbe skylines salentine e meridionali, le linee del cielo e i profili degli orizzonti che ci facevano immaginare – da bambini – mondi altri e diversi, esplorazioni esotiche, scoperte da mozzare il fiato. E sono stati abbandonati i centri storici, perché in tanti, una volta indossato un doppiopetto, si vergognavano di abitarli: e con questo esodo è stata uccisa la solidarietà di vicinato, come sono svaniti il sentimento comune dei problemi di ciascuno e il disinteressato sentimento di missione professionale che appartenne a poche, ma alte figure locali. Se, poi, abbiamo voluto più lampadine elettriche in casa e tra gli sbavi di verde nei nostri giardini sgradevolmente pettinati, se abbiamo reclamato più pali d’illuminazione lungo le strade e nelle piazze, possiamo pretendere ora di vedere le orse e le costellazioni? Il progresso non comporta molte perfidie e qualche tradimento? Il fatto è che ti (ci) condiziona il tuo (nostro) background umanistico, fusione nell’ anima magnogreca di tutto ciò che il mondo classico ci ha donato. Musica, poesia, narrativa, cinema, (e io aggiungo il teatro), sicuramente hanno preservato da più torvi imbarbarimenti, ma proprio questa è la nostra croce, perché siamo fatalmente portati al confronto e al giudizio, al rimpianto per quel che poteva essere e non è stato e alla presa d’atto (spesso unilaterale) dell’ impoverimento ideale e spirituale del nostro tempo. E’ quello che tu esplicitamente definisci “il senno del poi”. Il treno che passa una sola volta, ma che non si prende. L’attimo che fugge e non ritorna. L’ euclideo “panta rei”, ogni cosa che scorre e non è mai più. Non è mai più se stessa. Per nessuno. Perciò, ad esempio, inorridiamo se a Torrepaduli (villaggio emblematico della nostra terra) si può ballare la pizzica utilizzando strumenti del tutto estranei, e persino alieni alla tradizione musicale che ci diede identità anche nel mito del tarantismo, cioè della sintesi estrema del cono d’ombra dentro il quale trovarono rifugio e forza di proiezione culti pagani e innesti cristiani. Si esorcizza così lo smarrimento della civiltà contadina, tu dici. Ed è vero. Con un’ aggravante: la pizzica, espressione storica di un malessere sociale, civile, e dunque politico (nel significato etimologico del termine: di vita della polis), è da tempo una sovrastruttura consumistica, le radici sono andate perdute, le coordinate antropologiche cancellate. La “malattia” è ludica. La taranta cantata o ballata è competitiva sul mercato del sound e del rock. In Salento sopravvivono riti residuali, figurazioni artefatte, sussulti coma tosi. Come gli arrosti sulle scogliere marine nella notte di San Lorenzo, come la sbronza di rigore la sera di San Martino, fanno parte di scintillanti quanto caduche liturgie che oggi incantano quasi esclusivamente gli spiriti romantici, e semmai sciolg~no il sangue agli algidi turisti del Nord. La pizzica-taranta non è più bruco, non sarà mai più farfalla. E’ una crisalide svuotata e infeconda.

Il “vostro” ’68 fu un crogiolo formativo, un’entusiastica affabulazione, un sogno che fortemente voleva valicare la linea polare delle pure e semplici proposizioni astratte per farsi esperienza reale di vita e d’impegno. Appunto: era il “vostro” sogno, e anche quello di tanti altri generosi sodalizi giovanili che germinarono non soltanto sugli echi ondulari di quanto sarebbe accaduto nel Maggio francese (non va dimenticato: quel Maggio fu a sua volta anticipato dal ’67 di Sociologia a Trento), ma anche nella visione complessiva della condizione delle aree arretrate e dell’Italia (nel frattempo “meridionalizzata”) in generale, con i salari compressi, con la ricchezza nazionale mal distribuita, con le persistenti maree migratorie, con la rapina delle rimesse in valuta dei nostri ex contadini e artigiani usate per pagare le importazioni di materie prime destinate solo alle imprese del Nord, col trasferimento al Sud di aziende votate all’obsolescenza, e con l’eterna questione meridionale che, raggirata da una strumentale questione settentrionale, vide impegnato il pensiero di fior di intellettuali, mandato in fumo dallo strategico disimpegno di fior di politici nazionali. Al vostro, seguì il vero e proprio ’68, e fu una catastrofe, uno scirocco travestito da libeccio che seppe solo distruggere, far marcire, togliere anima, senza saper creare nulla. Non generò, a differenza di quanto accadde in Francia, una classe politica in grado di progettare un sistema-Paese moderno; non fu capace di spirito predittivo; non seppe, non poté o non volle impedire abusi, corruzioni, regressioni dei contigui anni ’70 e dei vicini e orribili anni ’80. Tanta passione, tu dici. Ci fu anche passione civile, certamente, ma morì nello spazio di un mattino, issata sulla forca di interessi di parte, di tribù, di cosca. E ci furono tanta utopia e tanta ingenuità, aggiungi. Appunto, fu così: ma guai a non dare ascolto a un’utopia possibile, e per converso guai a non disertare il territorio infido dell’ingenuità. Fatto è che, espugnate le stanze del potere, (Università, giornali, uffici-studi, marketing…), e abbandonate a se stesse le masse giovanili che ci avevano creduto, i leaders sessantottini borghesemente riposarono sulle macerie ancora fumanti, consentendo l’onda d’urto di forza contraria. La reazione si sommò ai loro e agli altrui ritorni al privato (all’interesse privato), che tenacemente perdurano abilmente coniugati con accanite competizioni planetarie e nazionali che hanno comportato di primo acchito il crollo dei valori che pure erano stati alla base di quelle che defmisci “certezze acquisite, quelle d’origine”, che però avevamo buttato a mare. Che non sarebbero state tutte valide, col mutare dei tempi; ma che comunque almeno in parte sottintendevano un sostrato etico (amicizia, lealtà, solidarietà, rispetto di regole condivise…) senza il quale una civiltà naviga verso il declino e l’uomo diventa alieno all’uomo. Se questa è la storia del nostro recente passato, scritto sulla nostra carne e nella nostra memoria; se queste sono state le direttrici dell’azione culturale e politica sulla quale abbiamo costruito le strutture portanti del nostro presente; se mai come ora il senso di solitudine, di impotenza, di devastazione fisica e morale ci ha impastato di cinismo e di “particulare”, su chi potremo mai contare per riemergere e rimettere l’uomo al centro degli interessi e dei fini: sulla prima generazione, perduta al modo della legione romana che si spinse in viaggio verso le “terre nuove” dell’ Oriente medio ed estremo, senza riuscire a far ritorno, come testimoniano un tempio con colonne ioniche e i lineamenti mediterranei di una piccola popolazione tuttora residente nel cuore della Cina; oppure sulla generazione migrata in massa, dunque perduta anch’essa, che ha ormai per patria il mondo e che reprime la nostalgia per le radici per non compromettere il proprio futuro e quello dei figli; o infime su quella che vera e propria generazione non è, non può essere, perché include intelligenze ipersensibili, e per questo probabilmente più delicate e fragili, in ogni caso non manipolabili, che hanno manifestato un unilaterale e irrevocabile “gran rifiuto”, restando spiriti solitari, scegliendo l’impegno al di fuori di qualsiasi interesse precostituito, pagando con l’emarginazione o con l’esclusione o con la persecuzione sottilmente calunniosa il prezzo della propria decisione? (E penso con rabbia mal repressa all’esperienza di tuo cugino, che ha scelto l’assenza, attraverso una dolorosa uscita di sicurezza, chiedendo asilo a un’età che per antonomasia doveva essere “dell’oro”, e che invece fu “del piombo”, alla luce delle vicissitudini del piccolo Sergio, all’anagrafe Salvatore, nato in una notte di Natale che non portò con sé alcun dono o risarcimento, né nel nome della bontà né in quello della redenzione, da offrire come segno di rimorso a un orco in abiti talari. O forse la “nuova” età dell’oro l’ha misteriosamente scoperta in questa sua sublime fuga nella pazzia: una croce, ma forse più ancora una caverna un bosco una sorgente primigenia d’una latitudine non bassa, non carsica, ma alta e siderale, al modo di quanto sosteneva nel suo “Elogio” Erasmo da Rotterdam, e altrettanto bene affermavano gli esegeti musulmani, secondo i quali i pazzi sono Santi perché hanno donato la ragione a Dio? Domande che, incontrando per caso o per avventura tuo cugino, non potrei mai porre, e non solo per mia consueta. discrezione, ma soprattutto perché, scegliendo il divino territorio della non-ragione, Sergio alias Salvatore ha attinto una cognizione del dolore sconosciuta a noi uomini ordinari, a me e a te che siamo stati teste d’ariete, abbiamo affrontato la vita e le sue insidie con determinazione gladiatoria, e ce l’abbiamo fatta, oppure no, ma nessuno può accusarci di non avercela messa tutta. E vien da chiedersi: chi è sconfitto? Chi abita una regione per noi – esseri limitati dalla necessità – sconosciuta o incomprensibile, e lì forse dà libero corso ai propri sogni segreti e slanci appassionati e avventure dello spirito; oppure chi solca le prevedibili rotte di un’ esistenza condizionata, a volte compromissoria, altre volte contraddittoria, mai veramente libera, sempre priva di un buen retiro che non sia fittizio, talora frutto tossico di un malinteso “piacere di sembrare”, di apparire e non di essere, di avere e ancora una volta non di essere? Osservala con occhio disincantato, quest’umanità banale che ci assedia: privi come sono di pensiero propositivo, pretendono di essere tutti eternamente giovani, tutti belli, tutti intelligenti, tutti sulla cresta dell’onda, visibili, presenzialisti e fatui. Miscela micidiale, il mito di Narciso alimentato da un illusorio elisir di lunga vita: l’eternità giovanilistica conseguita per i secoli dei secoli! E non è escluso che a forza di trapianti diventeremo doni interetnici, con sezioni di corpi magari criminosamente procurate, e ricostruite e innestate nel nome di ben altra follia, questa sì ignobile, perché violenta e innaturale).

La Seconda Generazione, poi. Che dalla prima per li rami deriva, sotto il profilo dell’antropologia culturale e della stessa psicologia. E a questo punto, devi avere pazienza, e formulare insieme con me qualche domanda che sta, come si suoi dire, “a monte”. La prima: – Ma c’è stata veramente, a Sud, una civiltà contadina? -. Una polemica in proposito esplose quando Carlo Levi diede alle stampe il suo “Cristo si è fermato a Eboli”, e fu il Pci dell’epoca ad assumere un atteggiamento radicalmente critico nei confronti dello scrittore e dei sostenitori dell’esistenza di quella civiltà. Il problema non era tanto quello di intendersi sul valore dell’ aggettivo (“contadina”), quanto su quello del sostantivo (“civiltà”). Rientravano in una civiltà con qualsiasi aggettivazione i bambini sfruttati per sedici ore al giorno nelle miniere di carbone della Sardegna, o quelli che smagrivano fmo a morire nelle miniere di zolfo o di sal gemma nella Sicilia; le vendemmiatrici e le raccoglitrici di olive che in Calabria, mentre lavoravano, dovevano portare la museruola per non cedere alle tentazioni della fame; le migliaia di uomini e di donne vestiti a festa (cioè di nero, colore luttuoso, con i miserabili panni che avevano indossato il giorno del matrimonio e in qualche festa comandata, e che avrebbero reindossato soltanto il giorno della loro morte) che stavano in piedi, testimoni di pietra, sulle soglie dei loro tuguri, fra le ripide scalinate scavate con il piccone, sulle cupole degli antri occupati da uomini e bestie, in quella casbah trogloditica che erano i “Sassi” di Matera, al cospetto dei quali De Gasperi scoppiò in lacrime; i mietitori del Tavoliere delle Puglie che lavoravano da crepuscolo (dell’alba) a crepuscolo (del tramonto), con l’orcio dell’acqua che passava una volta soltanto, a sole meridiano, e che, guardati a vista da un “soprastante” armato di fucile, se trasgredivano gli ordini o rallentavano il ritmo forsennato del lavoro o chiedevano un solo altro sorso d’acqua venivano esclusi dal lavoro per quella e per tutte le altre stagioni a venire, elencati in una lista di proscrizione redatta nel Castello di Federico TI, Castel del Monte, e passata di mano in mano fra tutti i latifondisti della Capitanata; e le nostre tabacchine, (delle donne anche incinte, ma guai a sapersi in fabbrica, pena il licenziamento in tronco), alle quali non era consentito neanche di orinare per dieci-dodici ore, anch’esse tenute d’occhio dalla “maestra” che traeva prestigio soltanto dal rozzo rigore con cui applicava quel che poteva applicare, vale a dire esclusivamente i divieti; e le campagne raggiunte a piedi (nudi) prima dell’alba e condotte con strumenti primordiali, buoni per l’olio di gomito, cioè per la fatica fisica, senza macchine agricole, senz’acqua, senza energia rurale, senza strade di collegamento, senza servizi minimi; e i giornalieri affamati, al pari delle loro famiglie, raccolti nelle piazze di paese in attesa di un ingaggio; e l’ineducazione sessuale, buona per sfornare cucciolate di figli candidati all’ indigenza e alla precarietà fisica (oltre che agli arruolamenti per un po’ di guerre mondiali), sebbene circolasse fin dagli anni ‘ 50 il celeberrimo “Rapporto Kinsey” che alla disoccupazione e ad altre frustrazioni e schiavitù attribuiva l’intensificarsi dei rapporti sessuali, sempre incontrollati; e via elencando? Sicuramente, c’erano i valori di cui tu parli, e io parlo; e alcuni erano valori senza tempo, vorrei dire precetti di una inconsapevole religiosità laica largamente condivisa che regolavano la vita delle comunità. Ma molti di essi erano connessi a quell ‘universo arretrato, immobile (e strumentalmente immobilizzato dalla politica dualistica italiana), con un suo proprio fuso orario, con un ritmo del tempo che non si dominava, non si accelerava a volontà, col cuore viola che faceva “tremare la terra” per le marce dei contadini che ne reclamavano il possesso: salvo scoprire, poi, a riforma agraria bene o male attuata, che era stata tutta un’ illusione, e che alla terra non si poteva chiedere più nulla. Transitando in automobile per il Foggiano, guardai e le case rurali di quella riforma. Sono ancora là, con le orbite nere, le pareti sbilenche, le stalle e i fienili desolati. Gli assegnatari, dopo poco tempo, esasperati dall’isolamento, (solo gli uomini di cultura protestante, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, hanno imparato da secoli ad abitare le campagne che lavorano), vendettero porte e fmestre, abbandonarono tutto il resto, legarono le valigie con lo spago, ed emigrarono. Si poteva defmire “civiltà” quest’inferno? Si poteva benedire un sole che, amico delle pianure nebbiose del Nord, era implacabilmente ostile nelle pianure e nelle murge luminose del Sud? Questione aperta, confronto non ancora concluso. Giudizio da tener sospeso. Ma soltanto come esercizio intellettuale.

La seconda domanda: – Se si escludono i Vespri e quella napoletana del 1799, oltre al buon riformismo di un Gioacchino Murat che, al modo dell’ultimo re svevo, il ghibellino Corradino, i meridionali fucilarono dopo processo sommario, il Sud (l’Italia) ha mai realizzato un’autentica rivoluzione? Che io sappia, no. Non proletaria, e non solo perché le masse avevano il problema del pane quotidiano, (“Franza o Spagna, purché se magna”), ed erano stremate fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto perché erano inesistenti sul piano culturale, (indici di analfabetismo più alti d ‘Europa), oltre che vessate da una violenza baronale cieca e, alla lunga, suicida. Del resto, ripercorri un po’ di narrativa e di poesia di scrittori meridionali: dopo Verga, Capuana, Pirandello, Brancati, Vittorini, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Quasimodo e Cattafi, siciliani; dopo alcune cose della Negri e dopo Lussu, sardi; dopo Répaci e Alvaro, e – per l’emigrazione – Strati, calabresi; dopo Scotellaro, Gatto, Sinisgalli, Pierro e il recentissimo Nigro, lucani; dopo alcune pagine di Cassieri, e Bodini, Tommaso e Vittorio Fiore, Accrocca, Pierri, i recenti Verri e De Donno, pugliesi; dopo il lontano (nel tempo) Jovine, molisano, e il più vicino Silone, abruzzese; dopo Marotta, Rea, Compagnone, Prisco e De Filippo, campani, poco o nient’altro ha avuto il Sud come protagonista, i popoli del Sud come matrici di narrazione, come scuola di poesia, come impronta identitaria nazionale. Non per niente l’industria editoriale è dispiegata al Nord. Non per niente la stessa Tv d’oggi è emblema di disimpegno civile, etico, didattico. E chissà perché continuano a moltiplicarsi, come per partenogenesi, le mafie, una delle quali -la più recente – imbratta anche la nostra Terra d’Otranto. E neanche borghese, e tu stesso chiarisci perché: perché gli studenti (intellettuali in nuce), una volta tornati con il pezzo di carta in tasca, vittime di un connaturato trasformismo, subito e definitivamente si integravano. I loro antichi ideali? Sbolliti gli slanci giovanili, cambiava il colore del cielo e della terra. Nuove mete: l’agiatezza, o la ricchezza (possibilmente veloce), il circolo cittadino, la scalata al potere locale con potenziale conquista di altri livelli politico-amministrativi, e, per chi aveva capito che la malattia e la morte erano i marchingegni che la precarietà fisica (la prima) e l’ineluttabilità del destino che tutti ci livella (la seconda) avevano dall’ alba del mondo predisposto per gli uomini, lo stetoscopio e i paramenti sacri diventavano strumenti di dominio sugli altri. E non sono del tutto convinto che “gli studenti attesi a lungo”, una volta tornati e burocratizzati tra le griglie del loro lavoro e delle loro nuove relazioni, sentano davvero il tormento per ciò che hanno rinnegato. Ho motivo di dubitarne, ma forse è il mio scetticismo a condizionarmi (però sapessi quante energie ho speso per evitare che tanti idealisti diventassero, come sono poi diventati, apostati!), e dev’essere la mia ragione a frenare l’antica passione, rendendomi misuratamente diffidente. Il trasformismo rappresenta lo zoccolo duro della storia meridionale. Che è sempre stata una storia senza indulgenze e senza innocenza. E intanto coloro i quali avevano immaginato un progetto e lo vedevano fermo per le diserzioni, oppure osteggiato perché non conformista, continuavano ad emigrare, il loro spirito inquieto e la loro indole inappagata non potevano accettare l’appiattimento delle idee, la caduta dei valori fondanti, lo svilimento delle istanze rinnovatrici, le abiure, le tattiche del voltar gabbana, le compromissioni, i baratti… Questa è cronaca di un numero infinito di giorni di passione, da altri incompresi, e più ancora elusi per tornaconto oppure per viltà. E’ il filo rosso della generosa disposizione d’animo dei vinti che anche da soli, e talora irrisi dagli stolti costretti ad autodifese senza ritegno, si erano battuti per tutti. Ma chi ha memoria, chi vuole aver memoria nel profondo Salento, a sud del Sud?

Certe volte mi sorprendo a immaginarti intento al tuo lavoro. Tu macinavi (macini ancora, presumo) le terre per creare i tuoi colori. E pure questo fa parte del nocciolo umanistico che si era impossessato di te, e che continua a non mollarti. Dunque, ti penso su alte scale, intento a rigenerare affreschi con la testa girata all’ insù, al modo del ruvese Cantatore quando dipingeva le volte delle ville lombarde che – mi diceva – così tornavano in vita, rianimate centimetro dopo centimetro, pennellata dopo pennellata. Simultaneamente cerco di disegnare il profilo di tuo cugino e di indovinare i suoi gesti, i comportamenti, il suo modo di relazionarsi, anche – ma è molto più difficile – i pensieri che racchiude la sua anima in esilio volontario. “Siamo cresciuti, e vorrei che tu te ne accorgessi”, gli scrivi. E’ il tuo strenuo vitalismo a suggerirti l’esortazione. E’ la tua gran voglia di vivere la contemporaneità, ma ricordando chi sei e da dove vieni, a suggerirti la continuità dell’ impegno, il tentativo di recupero degli ideali non del tutto annientati dall’ indifferenza e dalle ipocrisie del mondo, la loro proiezione nella sfera della Terza Generazione: “Non di quella attuale, fredda e calcolatrice…, ma di una generazione nuova, con più orgoglio e dignità… Forse quella ideale”. E intanto, delinei il proposito di ricompattare gli sparsi e i dispersi per ricostruire una storia “altra”, per scagliare una sfida all’intero millennio che ci sta di fronte: la scommessa è apodittica, tu comunque sarai lì (al culmine del percorso catartico) ad aspettare chi, ripresa la saggezza dell’età e la forza della ragione, abbandonata la latitudine aurorale della fanciullezza, tornerà adulto fra adulti, fra compaesani ridiventati popolo, comunità solidale. Coinvolgente utopia, da sintonizzare lungo l’asse Supersano-Parma. E, in tutta la sua sostanza antropologica e storica, spericolata negazione di ciò che noi salentini realisticamente siamo: “Un popolo di individualisti nello stesso tempo di elegante ironia e di lezioso sentimentalismo, un colto e risoluto coacervo di monadi solitarie che riproducono soltanto in se stesse, nella loro sfera esistenziale, nella loro orgogliosa e schiva temperie, nella loro simultanea disposizione al sogno e al progetto, le strutture intellettuali e sociali della realtà che li circonda. Essi sono consapevoli di abitare una terra di mezzo, una penisola della maggiore Penisola. Sanno anche di avere occhi che guardano alle Colonne Occidentali che non sono più paradigmi della paura e della sfida, e cuore che batte ad Oriente, trepidante per l’antica Madre. Sono, allora, quello che furono in ogni tempo: uomini scalpellati da una Storia più tragica che grande, anime in guardia su stolte pianure di acqua e di sabbia. Erratici menhir”. Chiedo scusa per l’ autocitazione, e concludo. Non amo il termine “speranza”, perché nel suo nome sono stati ideati e portati a compimento gli inganni più saturnini per il Sud. Inganni la “California della Penisola”, le “frontiere degli anni ’80”, la “Sylicon Valley del Mezzogiorno”, la “redenzione dell’osso appenninico con allevamenti intensivi” e altre corbellerie politico-favolistiche con le quali ci hanno menato per il naso almeno dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Tu hai speranza. Dici di avere speranza, e la connetti a una generazione ideale. Voglio aver torto, scommettere sulla tua speranza, ricorrere alla tua Cassazione e perdere la partita, richiamare in vita una speranza che da tempo ho stoicamente ucciso e riconsiderarla dura a morire. Regredisco consapevolmente agli anni giovanili, quando le speranze imperversavano, speculari alle tecniche dei bidoni puntualmente realizzati. Faccio anch’io un salto indietro, falsifico i paradigmi anagrafici. Affilando la ragione, però. Altro non posso concedere.

Niente e nessuno cancellerà i segni inquietanti che ti ha scavato dentro (e che traspaiono sulla tua pelle) l’universo che, emigrando, ti sei lasciato alle spalle, questo è pacifico. Come niente e nessuno potrà mai distoglierti dall’ idea che tuo cugino possa fare il percorso a ritroso, dopo il viaggio nella non-ragione, con un transfert che rimuova le pagine nere della sua vita e lenisca anche il tuo cruccio per la sua condizione attuale, che ferisce la tua sensibilità e ti fa riaffiorare la nostalgia dei giorni delle grandi (e belle) affabulazioni con lui. L’augurio è che questo possa in qualche modo accadere, che scatti un folgorante meccanismo, che so, fisico o chimico o d’altra misteriosa o sublime natura, che riporti su coordinate contemporanee la fanciullezza che finora ha protetto e forse salvato un innocente; e che tu (insieme con lui) possa riattualizzare i tuoi (e vostri) ricordi, aderendo ad essi come se fossero appena di ieri, rimettendo in moto lo scambio di idee, conoscenze, progetti, e quant’ altro contribuiva a unire, e non a spezzare, le vostre giovinezze e il vostro pensiero. Ti siano propizi i giorni e le opere, Ezio. Siano lievi i giorni e i pensieri di Salvatore: e possa finalmente dormire, ora che avete rianno dato i fili sospesi per dodici anni. Se non vi pesa l’ombra di una compagnia, aspetterò con voi, discretamente invisibile, le cifre ultime del bilancio millenario, nel nome della verità “che è sempre senza colpa”. Da questa o dall’altra riva, in qualunque cono cosmico mi sia concesso l’ultimo asilo. Aldo

Dalla Casina Ascanio Ognissanti 2004

 

F. Greco – Alla ricerca del bianco perduto

Alla ricerca del bianco perduto

Il colore della civiltà contadina, respiro del paesaggio mediterraneo, contaminato, offuscato da una modernità retta da un cromatismo volgare nei suoi postulati estetici aggressivi e devastanti. Metafora di un individualismo esasperato che trasferisce nel telecomando l’espressione di un libero arbitrio per cui il nostro io è diluito in un allucinato nulla cioraniano che ci trasforma in cloni dalla percezione e sensibilità uguale a quella di altri.

E così, brandendo un soggettivismo cieco e folle, dipingiamo le nostre case di colori assurdi: giallo canarino, verde voltastomaco, viola jettatorio, marrone-feci. Il bianco è il colore solare dell’identità, la memoria, le radici, ma anche dell’innocenza perduta, svenduta, dell’umanesimo del mondo di ieri che ci portiamo nel sangue, della socialità mite e appagante tramite l’affabulazione dolce con cui avveniva il passaggio delle esperienze e i valori, della solidarietà tra individui, famiglie, collettività nell’aspra lotta per la sopravvivenza.

Il grande pittore pugliese (è nato a Supersano) Ezio Sanapo (erede di Toma, Casciaro, Vincenzo Ciardo, ecc.), da anni porta avanti una battaglia per il ritorno a quella che Rosy Trane (Critical Food) chiama “dignità del paesaggio” e Donato Margarito (critico lettarario) “respiro del paesaggio”. L’artista rimpiange quel bianco sfavillante di cui un tempo erano dipinte le case (nella foto di Sandra Sammali) ora che viviamo in stanze di pietre nere a causa non della quieta sedimentazione del tempo ma della pitture industriali che soffocano le pareti. Parla di “bianco violentato da colori assurdi”, di “forme architettoniche deliranti”, di “respiro soffocato del mondo contadino”. La calce era prodotta nei forni del Salento (intorno a Taurisano) ora chiusi, la vendevano girando nei paesi su carri agricoli, mentre nel profondo Nord, nel Brenta, si continua a farla in modo tradizionale e la esportano nel mondo. “…bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvare l’anima e quella di chi la abita (Andrea Zanzotto, poeta)”.

Conscio che occorre parlarne alle nuove generazioni, l’artista porta avanti la battaglia nelle scuole, dove fa circolare un manifesto che richiama il “Regolamento edilizio dei Comuni di Terra d’Otranto e Leuca del 1899”, in cui espressamente agli articoli 16, 17, 20 e 25 si invitava la popolazione a escludere tinte che “per troppa vivezza potranno offendere la vista, od ingenerare diminuzione di luce…”.

Il documento è firmato da artisti e intellettuali italiani e stranieri: Rocco Turco (Tricase), Luigi Schiavano (Taurisano), Giuseppe Pellegrino (Cutrofiano), Arnaldo Alfarano (Supersano), Vito Lisi (Miggiano), Amedeo Gualtieri (Supersano), Costantino Nuzzo (Tricase), Agostino Branca (Tricase), Francesca Trane (Ruffano), Donato Margarito (Montesano S.), Cosimo Corallo (Ruffano), Mauro Arena (Tricase), Ingrid Simon (Vienna), Donato Nuzzo (Castiglione), Francesca Lillo (Ruffano), Francesco Accogli (Tricase), Tommaso De Marco (Tricase), Paola Trono (Tricase), Luca Santoro (Taurisano), Adelaide Gerardi (Monteroni), Miriam Rifuggio (Tricase), Antonio Macchia (Specchia), Alfredo De Giuseppe (Tricase), Roberta Cirillo (Napoli), Francesco Alfarano (Supersano), Eleonora De Giuseppe (Tricase), Giuseppe Nuzzo (Ruffano), Giovanni Pellegrino (Zollino) e Giorgio Fersini (Tricase).

Domanda: Maestro, lei si chiede cosa si dovrebbe esorcizzare, col tamburello, la taranta o un dèmone infido portato dalla modernità e che ci fa imbruttire ciò che per secoli è stato bello e sano…
R. “Nella maggioranza dei Comuni del Salento il paesaggio urbano continua a essere sfregiato da forme architettoniche estranee alla nostra cultura, dalla colorazione esagerata delle facciate delle abitazioni, il ricorso eccessivo alla pietra a vista e le bombolette spray. Così ha subìto un trattamento opposto alla musica popolare: uniti da secoli, sono stati separati. In questo contesto oggi si balla e si suona il tamburello sullo sfondo di ciò che ci circonda, e dovremmo chiederci: cosa c’è davvero da esorcizzare?”.

D. Lei sostiene che a forza di deturpare ne risentirà anche il turismo…
R. “Gli ospiti non sono attratti soltanto dal clima e dalla musica, ma anche dal paesaggio e ciò che i turisti trovano porta evidenti i segni del degrado e l’incuria dell’uomo. Essi dicono che non sappiamo conservare la bellezza, che è meglio se non tocchiamo più niente, che di danni ne abbiamo già fatti anche troppi. Nella nostra mentalità distorta, l’interesse privato prevale su quello pubblico”.

D. Di chi la colpa?
R. “Delle amministrazioni comunali, sindaci, assessori, uffici tecnici. Nei 60 anni di prima e seconda Repubblica, o sono stati incompetenti o hanno avuto altri interessi. Ma pure di geometri, ingegneri, architetti”.

D. C’è, pare di intuire, un forte elemento sub-culturale legato a un degrado complessivo, fuori e dentro di noi…
R. “Prevale una forma di anarchia, di fai da te. L’artigiano porta la mazzetta di colori, il committente guarda e punta sui più vistosi. Più forti sono più ci si distingue dagli altri: è la cultura dell’apparire senza essere. Rosso, azzurro, arancio, giallo, verde, viola. E così, quello che prima era un paesaggio unico ora è un agglomerato di singole e ibride case colorate come pacchi natalizi” .

(F. Greco)

Nello Wrona – “Passo doppio”, o della fine della leggenda nera

Conosco Ezio Sanapo da più di vent’anni, da quando cioè tra le pagine della rivista “SudPuglia”, poi “Apulia”, si era raggrumato, romantico e disperato quanto può essere un trasognato Don Chisciotte di fine millennio, un gruppo di poeti, scrittori, romanzieri, artisti (pittori, soprattutto, e poi scultori, fotografi, gente dallo sguardo lungo e disincantato), giornalisti, editori. Per tutti, uno squalo che mordeva dentro, dannazione e tormento di errabondi suonatori di violino, sognanti a volte, eccessivi quasi sempre, nel deserto illimite e senza confini del Salento.

Ezio Sanapo era ai margini di quel gruppo, non vi entrò mai – come dire? – in modo organico, militante, ma con quel gruppo si misurò, lui fortemente laico e con intatti propositi di rivolta, con intelligenza e ironia.

Erano gli anni Novanta, o giù di lì: crollavano Muri, che scoprivano patrie inquiete, e scoppiavano i bubboni di Tangentopoli e di Mani pulite, una tempesta annunciata mesi prima da un film tristemente profetico, “Il portaborse” di Nanni Moretti. Dice il protagonista in una sequenza ormai celebre: «Il grigiore, la noia e anche l’eccessiva onestà fanno senz’altro più danni al Paese». La classe politica, in Italia, è decapitata: spariscono o si dissolvono partiti storici come la DC, il PSI, il PSDI, il PLI; il PCI si chiama ora Partito Democratico della Sinistra, la falce e il martello sono sepolti all’ombra di una quercia frondosa. È una stagione di sangue e di mattanze (Falcone e Borsellino), di vuoti politici, di imbonitori televisivi prestati alla politica, del telemarketing elettorale, di un partito di plastica (“Forza Italia”), in un Paese sfiancato dalla crisi economica e da un “effimero” elevato a sistema culturale (il suo profeta intellettuale, Renato Nicolini, protagonista delle Estati romane, è scomparso pochi giorni fa), dove la noia della “generazione X” è uno stato d’animo permanente.

Dico questo, e mi sono dilungato nella premessa, perché “Passo doppio” di Ezio nasce in quegli anni, è una gestazione lunga e complessa, perché rivela un malessere esistenziale che in quegli anni svuoterà le piazze e i cortili (per chi ha memoria: l’ultimo grande movimento di massa sono i giovani che picconano il Muro di Berlino; negli anni seguenti i giovani entreranno nelle pagine della cronaca nera e si chiameranno “black bloc” e renderanno tristemente famosi i sit in delle potenze mondiali) ricacciando le persone nelle case, a spiare con occhi di gatto dietro persiane e finestre e porte impietosamente chiuse e sprangate a chiave.

Tramontata la stagione della solidarietà del vicinato, svuotati come denti cariati i centri storici, violentato persino il bianco della calce (il bianco che al Sud fa – faceva – miracoli, scriveva Giuseppe Cassieri, ora oscenamente deturpato con sorprendenti gamme di colori che nelle facciate delle case vanno dal giallo canarino al verde al viola al celeste al malva, e con il benestare delle amministrazioni comunali), il rifugio nel privato, tra confortevoli mura domestiche, chiudersi la porta alle spalle, definitivamente, sembrava un passo obbligato.

Un passo obbligato, come lo era stato, Ezio, accantonare i temi e la narrativa pittorica della cultura contadina, dei contadini dalle mani callose, del culto dei morti (in un Salento sempre più affrancato da una servitù confinata nei libri di Fiore, di Levi o di Scotellaro, ma di nuovo popolo di formiche incolonnate ora ai caselli autostradali o in fila ai checking degli aeroporti pronti a timbrare i biglietti di una nuova emigrazione, qualificata e intellettuale, con il trolley e l’iPad in mano).

Un passo obbligato, come lo è stato emigrare una prima volta, sei anni in terra elvetica, e poi tornare a Supersano, provare a forzare l’uscio delle case, scardinare le diffidenze, parlare di diritti e di sindacato, captare le ansie e i sogni della gente, e poi emigrare una seconda volta (nel Nord Italia) ad allargare i confini (non soltanto della propria arte) e andare a vedere, come si dice, dove fa giorno. Sottilissimo il filo che lega questi momenti, come quello che in una sua bellissima tela (“Gruppo di famiglia in esterno”) regge i panni del bucato, appesi ad asciugare, esposti al caldo del sole ma anche alle intemperie.

Non si può vivere di monologhi, ha detto Ezio Sanapo in una remota intervista, e nemmeno di voli solitari, aggiungo io. Dice Paul Éluard:

«Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due. / Se ci conosceremo a due a due, noi ci conosceremo / tutti, noi ci ameremo tutti e i figli / un giorno rideranno / della leggenda nera dove un uomo / lacrima in solitudine».

Stupenda metafora, quella del volo a due, che ricorda i violinisti e gli amanti delle promenades di Chagall, che si librano e volteggiano in aria mano nella mano, in modo sconcertante e a dir poco naturale, e sulla quale don Italo Mancini nel 1985 – nella solitudine, questa sì perfetta, delle bianche scogliere di Leuca – scrisse una pagina memorabile, parlando del volo elitario, verticale, del gabbiano Jonathan e della morale imperfetta dello stormo, cioè della crassa ignoranza del branco.

Ecco, la scia lunga, il colpo di coda degli anni Novanta è che in qualche modo si sia tentati da un volo solitario e verticale, cioè dalla tragica dimensione della solitudine, dove solo a Dio e agli angeli, come dice Francesco Bacone, è concesso di fare da spettatori. Mentre la logica di questa mostra, la cifra stilistica di Sanapo e la sua esperienza di artista (uso questo termine in maniera provocatoria con lui, che si ritiene solo un umile apprendista del colore) vanno nella direzione opposta, cioè verso un percorso di coppia (non solo nel senso più corrente di uomo-donna, del “còpula” latino), puntano dritte verso storie condivise, che possano far riemergere l’uomo dalle macerie di giorni sempre uguali, che scorrono anonimi, arroccati dietro cancelli elettrici, muri di confine, vetri blindati e telecamere di sorveglianza contro un nemico immaginario che preme minaccioso alle frontiere.

[Ecco, a proposito del nemico alle frontiere, una singolare coincidenza di date: l’8 agosto del 1991 (riaffiorano sempre gli anni Novanta…) dal mercantile “Vlora” sbarcarono a Bari oltre ventimila albanesi che erano saliti con la forza a bordo nel porto di Durazzo; la loro prigionia nello stadio del capoluogo pugliese, contro il parere del sindaco e contro qualsiasi sentimento di umanità; le rivolte; il rimpatrio di quasi tutti gli esuli. Per loro l’abbondanza, la fortuna, il sogno di una nuova “Mèrica” restarono una chimera confinata nella calura di un girone dantesco; per noi, fu la perdita definitiva dell’innocenza, rispetto a un’emergenza immigrazione mai conclusa, anzi in questi ultimi mesi drammaticamente accentuatasi, con gli sbarchi clandestini sulle nostre coste, a un passo dalle nostre case].

Contro il nemico, scrive Borges, si costruì l’infinita muraglia cinese e il suo imperatore ordinò, anche, che si bruciassero tutti i codici, tutti i libri, tutti i ritratti, tutti i quadri, tutte le stoffe colorate e tutte le insegne dei negozi. Non si può nulla predare se tutto è già distrutto e dimenticato: è il paradosso di un presente orfano di memoria, di un “quando” senza risposta, di un mondo infantile abbozzato da un dio capriccioso che lo abbandonò, per gioco appunto o per stanchezza, a metà dell’opera.

“Passo doppio”, invece, è la porta spalancata di casa, un invito a guardare cosa vi succede dentro, a sbirciare dove e come possono nascere le nuove speranze. Che si tratti di un ballo appena accennato, o di un vorticare frenetico di mani e di gambe, o di una scala a pioli che sembra tentare la scalata fino al cielo, il messaggio più eloquente è che, dietro ogni apparenza e contro ogni apparenza, in fondo al tunnel c’è sempre una speranza.

Guardando questa “nostra” gente ballare, dure e callose le mani, viene in mente “L’avventura di due sposi” di Italo Calvino, dove è rappresentata la vita quotidiana di due giovani sposi, operaio lui, impiegata lei, una vita familiare vincolata e condizionata dai rispettivi orari di lavoro, stritolati dalla logica del capitalismo e di una società industriale che con i suoi ritmi produttivi priva i due giovani sposi persino del tempo per amarsi e rende frettolose e fredde e furtive le loro carezze, negando loro persino il piacere di tenersi per mano. La speranza è quella di ritrovarsi, per un attimo, a condividere davanti a una bacinella d’acqua il tubetto del dentifricio.

E in direzione della speranza sembra guardare la moglie del casellante, lo sguardo penetrante e insistente a cercare treni su altri binari, oltre la linea dell’orizzonte, oppure le due figure femminili, la donna e la bambina, in bilico sul binario in attesa del treno, o aspettando di sentirne il fischio (“Binario unico”), o la donna che splende di luce propria, come le lucciole di pasoliniana memoria, nel “Ritratto di amanti in un interno”, dove la passione e l’amore non hanno volti, ma sono ridotti a pura sostanza.

La speranza, dicevo. È una vigilia, dice Sanapo, è l’attesa, il sabato del villaggio, e quando si realizza (la speranza) ti rendi conto che, come l’utopia, questa speranza ti ha fatto camminare, proprio come l’utopia dello scrittore uruguayo Eduardo Galeano, così cara a Sanapo: «L’Utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare».

Ma la speranza è anche un filo sottilissimo ed esile, che si tratti del filo dell’uomo e della donna che ricamano (splendida metafora dei ruoli invertiti nella società moderna…), o del filo dei guinzagli di “Isola pedonale” (l’uomo e la donna si avvicinano, si conoscono, mantengono le distanze? O altro?), o il filo che muove la macchinina dell’autoscontro e porta una coppia tra gli scossoni della vita, tra rischi di colpi e di collisioni.

L’individuo da solo non conta niente, non dà certezze, non fornisce risposte (si veda il quadro con il manichino, e subito dopo quello con l’appendiabiti, da leggersi l’uno e l’altro in sequenza, come se fossero collocati nella stessa stanza): in termini pittorici, è il rovesciamento dell’impressionismo, che diede uno scossone alla riproduzione naturalistica della forma, che porterà alla scomposizione del soggetto rappresentato e infine alla sua dissoluzione nell’astrazione, nel concettuale e nell’informale. Lo aveva lucidamente anticipato, nel 1832, Honoré de Balzac, nel suo “Capolavoro sconosciuto” dove il protagonista del racconto, il pittore Frenhofer, nega l’esistenza in natura delle linee, il contorno degli oggetti, definiti in realtà dalla luce che avvolge dinamicamente superfici e volumi.

Ezio le linee le usa, eccome, con il seppia o il nerofumo, definisce i contorni e le masse corporee, e le pieghe degli abiti, e le architetture e i ritagli del cielo, non lascia spazio agli equivoci o alle imposture delle macchie e dei tocchi di colore, delle ombre e dei riflessi, dei valori tonali, prospettici e atmosferici: in questo è un artigiano tardo-rinascimentale, lontano anni luce dall’artista individuale, narciso e nevrotico dell’età romantica e dei giorni nostri.

Provate a guardare, ora, questi quadri, e di ognuno di loro vi sembrerà di poterci entrare dentro, e girare intorno ai personaggi, sentire il calore della pelle e anche il sudore, e di poterli guardare da ogni angolazione, come se si fosse allo stesso tempo protagonisti e spettatori, che è poi il vero senso della tragedia, dove gli uomini, tutti gli uomini, sono spettatori, e il vero miracolo della pittura: che è quello di lasciarci dentro un dubbio, più spesso un’emozione. E di farci credere che presto finiranno, anche per noi, i giorni della leggenda nera.

 

Lettera di Maria A. Bondanese

Grazie per avermi segnalato la discussione ospitata da “SalentoCult” sulla mostra da te allestita, dal 15 dicembre 2012 al 15 gennaio 2013, nella cornice dello stupendo Palazzo Legari di Alessano, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, in collaborazione con la pro Loco, il Centro Anziani, i Marinai d’Italia e l’Adovos di Alessano. Qualche considerazione vorrei esprimere ora, a ‘bocce ferme’, per così dire, e riguarda esclusivamente le ragioni che motivano il tuo fare di uomo e di artista, oltre che la qualità straordinaria delle opere esposte, che ho potuto ammirare la sera dell’inaugurazione.

Anzi tutto, mi ha commosso la dedica alla nostra comune amica Cesaria Rizzo, una delle donne forti e generose del solare Salento che restano scolpite nella memoria. Cesaria ha saputo affrontare l’oscuro male a viso aperto, con una vitalità e una ‘grinta’ che riuscivano a rassicurare e ad alimentare in tutti noi, che continueremo ad amarla, fiducia e speranza. Quella speranza che proprio tu, Ezio, hai voluto “raccontare” tempo fa, dalle pagine di “Apulia” con “Il campo dei fuochi”. Uno scritto di notevole suggestione in cui, riferendoti al disincanto e al ripiegamento su di sé di molti dopo la stagione della protesta e delle rivolta etica alla fine degli anna sessanta, invitavi a ristabilire un dialogo costruttivo tra intellettuali e comunità, cercando ancora “un varco alla speranza”. Parola chiave nelle opere di don Tonino Bello che del coraggio, dell’utopia propositiva, della capacità di progettare il futuro faceva i cardini dell’impegno nella quotidianità. Da quest’ottica, consonante al tuo modo di essere, coerente con il tuo intento di “stimolare le coscienze a una riflessione doverosa riguardo il nostro presente” è l’omaggio che tu hai voluto rendere al Vescovo ‘della stola e del grembiule’ con il ciclo di tele “Una donna di nome Maria”, all’interno della mostra. Quadri di cui meglio non si potrebbe dire che con le parole di Nello Wrona quando, la sera della presentazione, ha indicato come cifra dell’arte e della persona di Ezio Sanapo quella «di non scandalizzare, ma di turbare, sì, i nostri luoghi comuni, senza clamore, appunto, come i colori delle sue tele, mai accesi, mai vividi, mai violenti, ma appena accennati, sagomati e pastellati con pudore e quanto basta, come a voler suggerire, soltanto suggerire e non imporre, il confronto sui grandi temi». Confrontarsi, ridefinire l’essere umano come problema e non consegnarlo alle risposte prefabbricate di stereotipi e pregiudizi, richiamare l’attenzione alla cura del contesto cittadino e architettonico è l’appello che di continuo – attraverso il tuo infaticato operare – ti sforzi di porgere a tutti e, in particolare alle nuove generazioni di giovani e ragazzi di ogni età. Di questo come amica, concittadina e, nello specifico, come delegata alla Cultura del Comune di Supersano, ti sono grata, rinnovando il plauso per l’allestimento di Alessano al Sindaco Osvaldo Stendardo e all’Amministrazione Comunale, nonché a Francesco Greco, Alessandro Laporta, Francesco Accogli, Nello Wrona, che con fine sensibilità e competenza hanno illustrato, la sera dell’inaugurazione, contenuti, valore e significati della mostra.

Maria Antonietta Bondanese

Consigliera Cultura-Istruzione, 2013

Comune di Supersano

Franco Contini – Espressione e mimesi della realtà

Franco Contini – Espressione e mimesi della realtà

EZIO SANAPO, è un artista contemporaneo.

L’affermazione, solo apparentemente scontata, trova sostegno nella acquisita consapevolezza che l’arte del passato continua a comunicare, comunque e, indipendentemente dalla conoscenza che si ha della vita privata e, a volte, intima, degli artisti che l’hanno generata.

Chiariamo il concetto:

L’arte contemporanea, intendendo con questi termini anche e soprattutto, quella di ricerca più avanzata, per essere compresa appieno e quindi goduta, consumata, fruita, non può, assolutamente, prescindere dal vissuto quotidiano dell’autore, dell’uomo-artista.

Soprattutto del quotidiano vissuto in età giovanile, cioè durante la formazione della coscienza civica ma, anche, senza ordine di importanza, della coscienza etica, estetica, sentimentale ed emozionale dell’Uomo.

Per queste ragioni, in questa sede, parleremo dell’uomo prima, per arrivare, poi, a dare spessore alla affermazione iniziale: EZIO SANAPO, artista contemporaneo.

La storia personale di Sanapo è una storia che si dipana con una serie di fatti, di eventi significativi, di quelli che segnano la memoria in modo indelebile.  Fatti da lui stesso rievocati durante alcuni colloqui con il sottoscritto.  E’ una storia, potremmo dire, fatta, in sostanza, di negazioni e impedimenti.

Sanapo non vanta paternità artistiche, non ha frequentato una scuola di formazione specifica. Ne istituto d’arte, ne Liceo Artistico.  Neppure lo studio privato di un qualsiasi maestro locale. Si ritiene, con un velo di orgoglio, autodidatta assoluto.

Dopo la quinta elementare è impedito agli studi dal padre, muratore,  il quale vuole che il figlio segua le sue stesse orme.

Da ragazzino, in conflitto con il padre è costretto a inventarsi, per rendersi autonomo, attività riduttive.   A diciotto anni appena compiuti, sempre per volere del padre, emigra in Svizzera.

Tutte queste circostanze gli consentiranno la conoscenza e l’importanza dei rapporti umani a contatto con  lavoratori di paesi ed etnie diverse.

L’irrigidimento dei sentimenti, dunque, diviene sistema-espediente educante alla durezza della vita che, per la psiche di un bambino, è come fuoco ardente di una forgia, che rende molli i metalli, ai quali, se non si da nuova forma, restano materia grezza.

La pittura è il suo modo di comunicare e riempire il vuoto di sentimenti non corrisposti ma anche e soprattutto, per conoscere la realtà che lo circonda e smascherarla quando assume forme virtuali e fittizie.

Sostiene che “l’arte è militanza civile, serve per stimolare le coscienze”, per lui “l’artista è uno stato d’animo”.

Al suo ritorno in Italia prende coscienza della perdita di identità del ceto popolare al quale sente di appartenere e perciò, negli anni settanta, cerca di recuperarla svolgendo concretamente  volontariato in attività politiche e sindacali.

Acquisisce la consapevolezza che il suo essere artista debba considerare non solo gli aspetti estetici  ma anche e, soprattutto, la responsabilità etica e politica, di rendere visibili le forme possibili della realtà irreale, priva dei punti di riferimento, tradotte in maniera figurativa.

Orienta la sua ricerca artistica con una certa attenzione al mondo operaio e contadino, trattando argomenti come i diritti negati allo sfruttamento dei lavoratori.  Tematiche sociali riguardanti attività lavorative insolite quanto provocatorie.

Estremamente provocatore per quel periodo, come ad esempio nell’opera raffigurante l’uomo dedito al ricamo, un tempo esclusiva attività della identità femminile. Non si comprese, invece che era la rappresentazione di un cambiamento epocale della società.  Che il lavoro non sarebbe appartenuto più ai generi maschile o femminile.  Non ci sarebbero stati più netturbini o soldati solo maschi, ne ostetriche o ricamatrici solo femmine.  Ce l’avrebbe imposto la precarietà e la diminuzione del lavoro, il grande problema che oggi tutta l’Europa conosce bene.  Sanapo si rivela dunque più provocatore, vate, trent’anni prima, di una drammatica e irrisolvibile, sembra, situazione lavorativa attuale.

 

Conoscere la storia di un artista contemporaneo, le vicissitudini private oltre che  pubbliche è, dunque, fondamentale.  Di Giotto, per citare un nome, o di altri artisti, anche anonimi ma, storicizzati attraverso le loro opere, non sappiamo nulla, molto spesso, della loro vita privata.

Ciò nonostante, le loro opere continuano a comunicare in maniera indipendente poiché sono, fondamentalmente, il risultato di almeno tre elementi, separati o compresenti, generanti l’opera d’arte oltre la necessaria sapienza dell’artista stesso:

Il primo elemento è quello della interpretazione letteraria, il secondo quello della traduzione in immagini dei testi sacri per consentire al popolo, un tempo incolto, la comprensione del messaggio biblico-evangelico. Terzo, ma non ultimo in termini di importanza, quello di una committenza, ricca e agiata, (non sempre necessariamente colta), la quale spesso entrava a piè pari, anche, anche nella progettazione della stessa opera.

Oggi non è più così. Non ci è dato comprendere l’arte contemporanea fino in fondo se non conosciamo le intime motivazioni che hanno indotto l’artista a realizzarla. Anche perché, molto spesso, rappresenta il mondo interiore, dunque uno stato psichico e pertanto invisibile.

E’ priorità insostituibile e necessaria conoscere le esperienze di vita vissuta dell’artista, per trovare la chiave di accesso alla lettura dell’opera d’arte e, di conseguenza, alla comprensione del messaggio artistico.

La pittura di Ezio Sanapo ha la sfumatura del sogno. Sembra essere pensata di notte e realizzata di giorno.

L’esperienza della vita dovrebbe imporgli una pittura espressionista accesa, fatta di colori forti e svelte pennellate. Di colori primari squillanti e secondari contrastanti. Ed invece adatta toni sommessi, quasi sempre sussurrati, rare volte accesi.

Sanapo  sceglie di usare colori tenui, lievi tonalità quasi incipriate, impalpabili. Dando vita ad una gamma cromatica morbida, vellutata che par di sentire Haydin piuttosto che Beethoven.

Sceglie di essere autodidatta assoluto, abbiamo detto. Una decisione che rischia di essere il suo limite ma dalla quale ne consegue un risultato originale e una cifra stilistica riconoscibile. Sceglie cioè di agire lontano dal riferimento all’operare di altri artisti modernisti o post-modernisti del novecento i quali ricercarono nuove forme espressive raggiungendo, a volte, risultati originalissimi, oltre invece, concludendo con un approccio a tutta la storia palesemente eclettico.

Il suo alto senso della tradizione lo dissuade dall’effettuare sperimentazioni nell’ambito di correnti artistiche più o meno originali, più o meno criticamente fortunate.

Resta profondamente ancorato a una pittura figurativa descritta da formule tonali personali e da rappresentazioni dal carattere indiscutibilmente intimista.

E’ bene ricordare che l’arte, in tutte le sue manifestazioni, reali o illusorie che siano, non prescinde mai dalla rappresentazione di due tipi di spazio: lo spazio pieno, rappresentato dalla forma e quello vuoto che la contiene. Nelle opere di Sanapo, molto spesso, lo spazio vuoto assume predominanza fino a diventare soggetto esso stesso. Distanza incommensurabile dalla forma. Spazio entro il quale assistiamo alla sospensione del tempo. Rappresentazione drammatica e metafisica insieme.

Scorgiamo affiorare persino l’idea dello spazio che avvolge le scene dei ricordi d’infanzia.  A volte i due spazi, pieno e vuoto, interagiscono.  La stessa fissità, stabilità e rigidità delle architetture è messa in discussione. E queste divengono morbide, animate, fino a sembrare quasi che respirino. Come nel ciclo di opere “Coppia in interno con sottofondo musicale”, nelle quali le architetture trasmettono il senso ritmico della musica divenendo corpi sinuosi e molli come corpi danzanti, forse più della coppia stessa.

Il modo di Sanapo di affrontare lo spazio determina una rappresentazione ipnogocica, costruita cioè con figure che paiono provenire da una condizione di dormiveglia.

Pur essendo preminente la forma emerge un senso di vuoto e di solitudine in uno spazio dove qualcosa è accaduto o sta per accadere. Una sorta di sospensione del tempo su una soglia che determina l’inizio o la conclusione di un evento in un’atmosfera tutta surreale.

La luce è pensata come forza che sublima il reale invalidandone la consistenza e la concretezza della materia.

Sembra continuamente stimolato a rappresentare il reale attraverso il surreale. Ci invita a riflettere sui motivi  ricorrenti della nostra tradizione culturale con la consapevolezza di quanto e come i valori etico-sociali si sono trasformati se non addirittura perduti. Cercando di recuperare le valenze positive della tradizione con i suoi valori. Prendendo in esame una rivalutazione critica del passato per comprendere consapevolmente il presente.

La sua è una figurazione solo in apparenza semplice poiché e fondamentalmente criptica e simbolica.

Ci sono dettagli singolari nelle sue opere, che comunicano una intensa riflessione esistenziale ed immagini generali a cui affida le sue emozioni più recondite, espresse da tematiche come l’emarginazione o la solitudine, la paura ansiogena che il male possa vincere sul bene, la preoccupazione di dare un’altra chance all’amore.

Senza perdersi mai d’animo nutre l’embrione della speranza: enigmatico e chiaro allo stesso tempo, quanto coinvolgente, è il dipinto “ Il mare di Addolorata la goffa”, nel quale una figura femminile, sulla riva, attende dal mare l’arrivo della nave che porterà il suo corredo e si potrà avverare il sogno che le consentirà di intraprendere il percorso di iniziazione verso il riscatto della propria condizione umana. La scena è pervasa da un surreale senso di immanenza e di immutabilità delle cose. Drammatico è qui lo spazio vuoto, più del pieno, più della forma.

E’ costantemente immerso invece nella dimensione spirituale, con le Opere del ciclo “Una Donna di Nome Maria”, che potrebbe essere dedicato a Don Tonino Bello e a i suoi scritti mariani. In esse la luce è pensata come forza che sublima il reale invalidandone la consistenza e la concretezza della materia.  L’opera “Natività” l’idea di una Donna-Madonna che potrebbe addirittura risultarci blasfema per la libertà del gesto con cui si priva dell’aura sacrale. Esprime senza falso pudore, tutta la gioia per la maternità e per la nascita del figlio: la Madre è veramente Madre e, davvero, Cristo si è fatto uomo.

Generalmente gli spazi e gli orizzonti sono indefiniti, sfumati. Diafane le figure. Le forme, a tratti evanescenti e pronte a dissolversi nell’aria se non ci fosse il disegno a descriverle e sottoscriverle, chiamato a contenerle e sostenerle. E dunque a strutturare e reggere la composizione tutta.

Costruisce le immagini con colori pastellati e una materia pittorica che non prevarica la forma ma la supporta, sfumandola, stando un passo indietro.

Favorisce l’aspetto emotivo e poetico collocandolo in uno spazio onirico e applicando forse inconsapevolmente, il dettato surreale di Breton: “automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere…il funzionamento reale del pensiero…con assenza di ogni controllo esercitato sulla ragione…”.

Oggi l’arte ha acceso i riflettori su tematiche come, il disagio sociale, la quotidiana sofferenza dell’umanità.  La necessità  improcastinabile di un ritorno alle origine delle cose del pensiero, alla purezza, per rifondare un ordine sociale che sia più giusto, equo, meritocratico. Per riscrivere le regole di una civile convivenza interculturale. L’inutilità delle guerre per risolvere i conflitti. Il disastro ambientale perpetrato senza fine e impunemente.

Queste ed altre ancora sono le tematiche affrontate dall’arte contemporanea. Problematiche che non si possono risolvere senza un processo di recupero dei valori e dell’identità, che collochi gli stessi nell’alveo della conoscenza, della cultura e della loro praticabilità. Ed è esattamente ciò che motiva l’asserzione iniziale: “ Ezio Sanapo è un artista contemporaneo”, perché recuperando valori e tradizioni e attingendo al ricordo di un mondo che non esiste più poiché cancellato, travolto da un progresso molto spesso ingannevole e fraudolento, l’artista ci restituisce immagini colme di poesia e di struggente bellezza.

FRANCO CONTINI

Docente Accademia di Belle Arti di Lecce

Supersano 20 – 12- 2013