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Nello Wrona – “Passo doppio”, o della fine della leggenda nera

Conosco Ezio Sanapo da più di vent’anni, da quando cioè tra le pagine della rivista “SudPuglia”, poi “Apulia”, si era raggrumato, romantico e disperato quanto può essere un trasognato Don Chisciotte di fine millennio, un gruppo di poeti, scrittori, romanzieri, artisti (pittori, soprattutto, e poi scultori, fotografi, gente dallo sguardo lungo e disincantato), giornalisti, editori. Per tutti, uno squalo che mordeva dentro, dannazione e tormento di errabondi suonatori di violino, sognanti a volte, eccessivi quasi sempre, nel deserto illimite e senza confini del Salento.

Ezio Sanapo era ai margini di quel gruppo, non vi entrò mai – come dire? – in modo organico, militante, ma con quel gruppo si misurò, lui fortemente laico e con intatti propositi di rivolta, con intelligenza e ironia.

Erano gli anni Novanta, o giù di lì: crollavano Muri, che scoprivano patrie inquiete, e scoppiavano i bubboni di Tangentopoli e di Mani pulite, una tempesta annunciata mesi prima da un film tristemente profetico, “Il portaborse” di Nanni Moretti. Dice il protagonista in una sequenza ormai celebre: «Il grigiore, la noia e anche l’eccessiva onestà fanno senz’altro più danni al Paese». La classe politica, in Italia, è decapitata: spariscono o si dissolvono partiti storici come la DC, il PSI, il PSDI, il PLI; il PCI si chiama ora Partito Democratico della Sinistra, la falce e il martello sono sepolti all’ombra di una quercia frondosa. È una stagione di sangue e di mattanze (Falcone e Borsellino), di vuoti politici, di imbonitori televisivi prestati alla politica, del telemarketing elettorale, di un partito di plastica (“Forza Italia”), in un Paese sfiancato dalla crisi economica e da un “effimero” elevato a sistema culturale (il suo profeta intellettuale, Renato Nicolini, protagonista delle Estati romane, è scomparso pochi giorni fa), dove la noia della “generazione X” è uno stato d’animo permanente.

Dico questo, e mi sono dilungato nella premessa, perché “Passo doppio” di Ezio nasce in quegli anni, è una gestazione lunga e complessa, perché rivela un malessere esistenziale che in quegli anni svuoterà le piazze e i cortili (per chi ha memoria: l’ultimo grande movimento di massa sono i giovani che picconano il Muro di Berlino; negli anni seguenti i giovani entreranno nelle pagine della cronaca nera e si chiameranno “black bloc” e renderanno tristemente famosi i sit in delle potenze mondiali) ricacciando le persone nelle case, a spiare con occhi di gatto dietro persiane e finestre e porte impietosamente chiuse e sprangate a chiave.

Tramontata la stagione della solidarietà del vicinato, svuotati come denti cariati i centri storici, violentato persino il bianco della calce (il bianco che al Sud fa – faceva – miracoli, scriveva Giuseppe Cassieri, ora oscenamente deturpato con sorprendenti gamme di colori che nelle facciate delle case vanno dal giallo canarino al verde al viola al celeste al malva, e con il benestare delle amministrazioni comunali), il rifugio nel privato, tra confortevoli mura domestiche, chiudersi la porta alle spalle, definitivamente, sembrava un passo obbligato.

Un passo obbligato, come lo era stato, Ezio, accantonare i temi e la narrativa pittorica della cultura contadina, dei contadini dalle mani callose, del culto dei morti (in un Salento sempre più affrancato da una servitù confinata nei libri di Fiore, di Levi o di Scotellaro, ma di nuovo popolo di formiche incolonnate ora ai caselli autostradali o in fila ai checking degli aeroporti pronti a timbrare i biglietti di una nuova emigrazione, qualificata e intellettuale, con il trolley e l’iPad in mano).

Un passo obbligato, come lo è stato emigrare una prima volta, sei anni in terra elvetica, e poi tornare a Supersano, provare a forzare l’uscio delle case, scardinare le diffidenze, parlare di diritti e di sindacato, captare le ansie e i sogni della gente, e poi emigrare una seconda volta (nel Nord Italia) ad allargare i confini (non soltanto della propria arte) e andare a vedere, come si dice, dove fa giorno. Sottilissimo il filo che lega questi momenti, come quello che in una sua bellissima tela (“Gruppo di famiglia in esterno”) regge i panni del bucato, appesi ad asciugare, esposti al caldo del sole ma anche alle intemperie.

Non si può vivere di monologhi, ha detto Ezio Sanapo in una remota intervista, e nemmeno di voli solitari, aggiungo io. Dice Paul Éluard:

«Non verremo alla meta ad uno ad uno, ma a due a due. / Se ci conosceremo a due a due, noi ci conosceremo / tutti, noi ci ameremo tutti e i figli / un giorno rideranno / della leggenda nera dove un uomo / lacrima in solitudine».

Stupenda metafora, quella del volo a due, che ricorda i violinisti e gli amanti delle promenades di Chagall, che si librano e volteggiano in aria mano nella mano, in modo sconcertante e a dir poco naturale, e sulla quale don Italo Mancini nel 1985 – nella solitudine, questa sì perfetta, delle bianche scogliere di Leuca – scrisse una pagina memorabile, parlando del volo elitario, verticale, del gabbiano Jonathan e della morale imperfetta dello stormo, cioè della crassa ignoranza del branco.

Ecco, la scia lunga, il colpo di coda degli anni Novanta è che in qualche modo si sia tentati da un volo solitario e verticale, cioè dalla tragica dimensione della solitudine, dove solo a Dio e agli angeli, come dice Francesco Bacone, è concesso di fare da spettatori. Mentre la logica di questa mostra, la cifra stilistica di Sanapo e la sua esperienza di artista (uso questo termine in maniera provocatoria con lui, che si ritiene solo un umile apprendista del colore) vanno nella direzione opposta, cioè verso un percorso di coppia (non solo nel senso più corrente di uomo-donna, del “còpula” latino), puntano dritte verso storie condivise, che possano far riemergere l’uomo dalle macerie di giorni sempre uguali, che scorrono anonimi, arroccati dietro cancelli elettrici, muri di confine, vetri blindati e telecamere di sorveglianza contro un nemico immaginario che preme minaccioso alle frontiere.

[Ecco, a proposito del nemico alle frontiere, una singolare coincidenza di date: l’8 agosto del 1991 (riaffiorano sempre gli anni Novanta…) dal mercantile “Vlora” sbarcarono a Bari oltre ventimila albanesi che erano saliti con la forza a bordo nel porto di Durazzo; la loro prigionia nello stadio del capoluogo pugliese, contro il parere del sindaco e contro qualsiasi sentimento di umanità; le rivolte; il rimpatrio di quasi tutti gli esuli. Per loro l’abbondanza, la fortuna, il sogno di una nuova “Mèrica” restarono una chimera confinata nella calura di un girone dantesco; per noi, fu la perdita definitiva dell’innocenza, rispetto a un’emergenza immigrazione mai conclusa, anzi in questi ultimi mesi drammaticamente accentuatasi, con gli sbarchi clandestini sulle nostre coste, a un passo dalle nostre case].

Contro il nemico, scrive Borges, si costruì l’infinita muraglia cinese e il suo imperatore ordinò, anche, che si bruciassero tutti i codici, tutti i libri, tutti i ritratti, tutti i quadri, tutte le stoffe colorate e tutte le insegne dei negozi. Non si può nulla predare se tutto è già distrutto e dimenticato: è il paradosso di un presente orfano di memoria, di un “quando” senza risposta, di un mondo infantile abbozzato da un dio capriccioso che lo abbandonò, per gioco appunto o per stanchezza, a metà dell’opera.

“Passo doppio”, invece, è la porta spalancata di casa, un invito a guardare cosa vi succede dentro, a sbirciare dove e come possono nascere le nuove speranze. Che si tratti di un ballo appena accennato, o di un vorticare frenetico di mani e di gambe, o di una scala a pioli che sembra tentare la scalata fino al cielo, il messaggio più eloquente è che, dietro ogni apparenza e contro ogni apparenza, in fondo al tunnel c’è sempre una speranza.

Guardando questa “nostra” gente ballare, dure e callose le mani, viene in mente “L’avventura di due sposi” di Italo Calvino, dove è rappresentata la vita quotidiana di due giovani sposi, operaio lui, impiegata lei, una vita familiare vincolata e condizionata dai rispettivi orari di lavoro, stritolati dalla logica del capitalismo e di una società industriale che con i suoi ritmi produttivi priva i due giovani sposi persino del tempo per amarsi e rende frettolose e fredde e furtive le loro carezze, negando loro persino il piacere di tenersi per mano. La speranza è quella di ritrovarsi, per un attimo, a condividere davanti a una bacinella d’acqua il tubetto del dentifricio.

E in direzione della speranza sembra guardare la moglie del casellante, lo sguardo penetrante e insistente a cercare treni su altri binari, oltre la linea dell’orizzonte, oppure le due figure femminili, la donna e la bambina, in bilico sul binario in attesa del treno, o aspettando di sentirne il fischio (“Binario unico”), o la donna che splende di luce propria, come le lucciole di pasoliniana memoria, nel “Ritratto di amanti in un interno”, dove la passione e l’amore non hanno volti, ma sono ridotti a pura sostanza.

La speranza, dicevo. È una vigilia, dice Sanapo, è l’attesa, il sabato del villaggio, e quando si realizza (la speranza) ti rendi conto che, come l’utopia, questa speranza ti ha fatto camminare, proprio come l’utopia dello scrittore uruguayo Eduardo Galeano, così cara a Sanapo: «L’Utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare».

Ma la speranza è anche un filo sottilissimo ed esile, che si tratti del filo dell’uomo e della donna che ricamano (splendida metafora dei ruoli invertiti nella società moderna…), o del filo dei guinzagli di “Isola pedonale” (l’uomo e la donna si avvicinano, si conoscono, mantengono le distanze? O altro?), o il filo che muove la macchinina dell’autoscontro e porta una coppia tra gli scossoni della vita, tra rischi di colpi e di collisioni.

L’individuo da solo non conta niente, non dà certezze, non fornisce risposte (si veda il quadro con il manichino, e subito dopo quello con l’appendiabiti, da leggersi l’uno e l’altro in sequenza, come se fossero collocati nella stessa stanza): in termini pittorici, è il rovesciamento dell’impressionismo, che diede uno scossone alla riproduzione naturalistica della forma, che porterà alla scomposizione del soggetto rappresentato e infine alla sua dissoluzione nell’astrazione, nel concettuale e nell’informale. Lo aveva lucidamente anticipato, nel 1832, Honoré de Balzac, nel suo “Capolavoro sconosciuto” dove il protagonista del racconto, il pittore Frenhofer, nega l’esistenza in natura delle linee, il contorno degli oggetti, definiti in realtà dalla luce che avvolge dinamicamente superfici e volumi.

Ezio le linee le usa, eccome, con il seppia o il nerofumo, definisce i contorni e le masse corporee, e le pieghe degli abiti, e le architetture e i ritagli del cielo, non lascia spazio agli equivoci o alle imposture delle macchie e dei tocchi di colore, delle ombre e dei riflessi, dei valori tonali, prospettici e atmosferici: in questo è un artigiano tardo-rinascimentale, lontano anni luce dall’artista individuale, narciso e nevrotico dell’età romantica e dei giorni nostri.

Provate a guardare, ora, questi quadri, e di ognuno di loro vi sembrerà di poterci entrare dentro, e girare intorno ai personaggi, sentire il calore della pelle e anche il sudore, e di poterli guardare da ogni angolazione, come se si fosse allo stesso tempo protagonisti e spettatori, che è poi il vero senso della tragedia, dove gli uomini, tutti gli uomini, sono spettatori, e il vero miracolo della pittura: che è quello di lasciarci dentro un dubbio, più spesso un’emozione. E di farci credere che presto finiranno, anche per noi, i giorni della leggenda nera.

 

Lettera di Maria A. Bondanese

Grazie per avermi segnalato la discussione ospitata da “SalentoCult” sulla mostra da te allestita, dal 15 dicembre 2012 al 15 gennaio 2013, nella cornice dello stupendo Palazzo Legari di Alessano, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, in collaborazione con la pro Loco, il Centro Anziani, i Marinai d’Italia e l’Adovos di Alessano. Qualche considerazione vorrei esprimere ora, a ‘bocce ferme’, per così dire, e riguarda esclusivamente le ragioni che motivano il tuo fare di uomo e di artista, oltre che la qualità straordinaria delle opere esposte, che ho potuto ammirare la sera dell’inaugurazione.

Anzi tutto, mi ha commosso la dedica alla nostra comune amica Cesaria Rizzo, una delle donne forti e generose del solare Salento che restano scolpite nella memoria. Cesaria ha saputo affrontare l’oscuro male a viso aperto, con una vitalità e una ‘grinta’ che riuscivano a rassicurare e ad alimentare in tutti noi, che continueremo ad amarla, fiducia e speranza. Quella speranza che proprio tu, Ezio, hai voluto “raccontare” tempo fa, dalle pagine di “Apulia” con “Il campo dei fuochi”. Uno scritto di notevole suggestione in cui, riferendoti al disincanto e al ripiegamento su di sé di molti dopo la stagione della protesta e delle rivolta etica alla fine degli anna sessanta, invitavi a ristabilire un dialogo costruttivo tra intellettuali e comunità, cercando ancora “un varco alla speranza”. Parola chiave nelle opere di don Tonino Bello che del coraggio, dell’utopia propositiva, della capacità di progettare il futuro faceva i cardini dell’impegno nella quotidianità. Da quest’ottica, consonante al tuo modo di essere, coerente con il tuo intento di “stimolare le coscienze a una riflessione doverosa riguardo il nostro presente” è l’omaggio che tu hai voluto rendere al Vescovo ‘della stola e del grembiule’ con il ciclo di tele “Una donna di nome Maria”, all’interno della mostra. Quadri di cui meglio non si potrebbe dire che con le parole di Nello Wrona quando, la sera della presentazione, ha indicato come cifra dell’arte e della persona di Ezio Sanapo quella «di non scandalizzare, ma di turbare, sì, i nostri luoghi comuni, senza clamore, appunto, come i colori delle sue tele, mai accesi, mai vividi, mai violenti, ma appena accennati, sagomati e pastellati con pudore e quanto basta, come a voler suggerire, soltanto suggerire e non imporre, il confronto sui grandi temi». Confrontarsi, ridefinire l’essere umano come problema e non consegnarlo alle risposte prefabbricate di stereotipi e pregiudizi, richiamare l’attenzione alla cura del contesto cittadino e architettonico è l’appello che di continuo – attraverso il tuo infaticato operare – ti sforzi di porgere a tutti e, in particolare alle nuove generazioni di giovani e ragazzi di ogni età. Di questo come amica, concittadina e, nello specifico, come delegata alla Cultura del Comune di Supersano, ti sono grata, rinnovando il plauso per l’allestimento di Alessano al Sindaco Osvaldo Stendardo e all’Amministrazione Comunale, nonché a Francesco Greco, Alessandro Laporta, Francesco Accogli, Nello Wrona, che con fine sensibilità e competenza hanno illustrato, la sera dell’inaugurazione, contenuti, valore e significati della mostra.

Maria Antonietta Bondanese

Consigliera Cultura-Istruzione, 2013

Comune di Supersano

Franco Contini – Espressione e mimesi della realtà

Franco Contini – Espressione e mimesi della realtà

EZIO SANAPO, è un artista contemporaneo.

L’affermazione, solo apparentemente scontata, trova sostegno nella acquisita consapevolezza che l’arte del passato continua a comunicare, comunque e, indipendentemente dalla conoscenza che si ha della vita privata e, a volte, intima, degli artisti che l’hanno generata.

Chiariamo il concetto:

L’arte contemporanea, intendendo con questi termini anche e soprattutto, quella di ricerca più avanzata, per essere compresa appieno e quindi goduta, consumata, fruita, non può, assolutamente, prescindere dal vissuto quotidiano dell’autore, dell’uomo-artista.

Soprattutto del quotidiano vissuto in età giovanile, cioè durante la formazione della coscienza civica ma, anche, senza ordine di importanza, della coscienza etica, estetica, sentimentale ed emozionale dell’Uomo.

Per queste ragioni, in questa sede, parleremo dell’uomo prima, per arrivare, poi, a dare spessore alla affermazione iniziale: EZIO SANAPO, artista contemporaneo.

La storia personale di Sanapo è una storia che si dipana con una serie di fatti, di eventi significativi, di quelli che segnano la memoria in modo indelebile.  Fatti da lui stesso rievocati durante alcuni colloqui con il sottoscritto.  E’ una storia, potremmo dire, fatta, in sostanza, di negazioni e impedimenti.

Sanapo non vanta paternità artistiche, non ha frequentato una scuola di formazione specifica. Ne istituto d’arte, ne Liceo Artistico.  Neppure lo studio privato di un qualsiasi maestro locale. Si ritiene, con un velo di orgoglio, autodidatta assoluto.

Dopo la quinta elementare è impedito agli studi dal padre, muratore,  il quale vuole che il figlio segua le sue stesse orme.

Da ragazzino, in conflitto con il padre è costretto a inventarsi, per rendersi autonomo, attività riduttive.   A diciotto anni appena compiuti, sempre per volere del padre, emigra in Svizzera.

Tutte queste circostanze gli consentiranno la conoscenza e l’importanza dei rapporti umani a contatto con  lavoratori di paesi ed etnie diverse.

L’irrigidimento dei sentimenti, dunque, diviene sistema-espediente educante alla durezza della vita che, per la psiche di un bambino, è come fuoco ardente di una forgia, che rende molli i metalli, ai quali, se non si da nuova forma, restano materia grezza.

La pittura è il suo modo di comunicare e riempire il vuoto di sentimenti non corrisposti ma anche e soprattutto, per conoscere la realtà che lo circonda e smascherarla quando assume forme virtuali e fittizie.

Sostiene che “l’arte è militanza civile, serve per stimolare le coscienze”, per lui “l’artista è uno stato d’animo”.

Al suo ritorno in Italia prende coscienza della perdita di identità del ceto popolare al quale sente di appartenere e perciò, negli anni settanta, cerca di recuperarla svolgendo concretamente  volontariato in attività politiche e sindacali.

Acquisisce la consapevolezza che il suo essere artista debba considerare non solo gli aspetti estetici  ma anche e, soprattutto, la responsabilità etica e politica, di rendere visibili le forme possibili della realtà irreale, priva dei punti di riferimento, tradotte in maniera figurativa.

Orienta la sua ricerca artistica con una certa attenzione al mondo operaio e contadino, trattando argomenti come i diritti negati allo sfruttamento dei lavoratori.  Tematiche sociali riguardanti attività lavorative insolite quanto provocatorie.

Estremamente provocatore per quel periodo, come ad esempio nell’opera raffigurante l’uomo dedito al ricamo, un tempo esclusiva attività della identità femminile. Non si comprese, invece che era la rappresentazione di un cambiamento epocale della società.  Che il lavoro non sarebbe appartenuto più ai generi maschile o femminile.  Non ci sarebbero stati più netturbini o soldati solo maschi, ne ostetriche o ricamatrici solo femmine.  Ce l’avrebbe imposto la precarietà e la diminuzione del lavoro, il grande problema che oggi tutta l’Europa conosce bene.  Sanapo si rivela dunque più provocatore, vate, trent’anni prima, di una drammatica e irrisolvibile, sembra, situazione lavorativa attuale.

 

Conoscere la storia di un artista contemporaneo, le vicissitudini private oltre che  pubbliche è, dunque, fondamentale.  Di Giotto, per citare un nome, o di altri artisti, anche anonimi ma, storicizzati attraverso le loro opere, non sappiamo nulla, molto spesso, della loro vita privata.

Ciò nonostante, le loro opere continuano a comunicare in maniera indipendente poiché sono, fondamentalmente, il risultato di almeno tre elementi, separati o compresenti, generanti l’opera d’arte oltre la necessaria sapienza dell’artista stesso:

Il primo elemento è quello della interpretazione letteraria, il secondo quello della traduzione in immagini dei testi sacri per consentire al popolo, un tempo incolto, la comprensione del messaggio biblico-evangelico. Terzo, ma non ultimo in termini di importanza, quello di una committenza, ricca e agiata, (non sempre necessariamente colta), la quale spesso entrava a piè pari, anche, anche nella progettazione della stessa opera.

Oggi non è più così. Non ci è dato comprendere l’arte contemporanea fino in fondo se non conosciamo le intime motivazioni che hanno indotto l’artista a realizzarla. Anche perché, molto spesso, rappresenta il mondo interiore, dunque uno stato psichico e pertanto invisibile.

E’ priorità insostituibile e necessaria conoscere le esperienze di vita vissuta dell’artista, per trovare la chiave di accesso alla lettura dell’opera d’arte e, di conseguenza, alla comprensione del messaggio artistico.

La pittura di Ezio Sanapo ha la sfumatura del sogno. Sembra essere pensata di notte e realizzata di giorno.

L’esperienza della vita dovrebbe imporgli una pittura espressionista accesa, fatta di colori forti e svelte pennellate. Di colori primari squillanti e secondari contrastanti. Ed invece adatta toni sommessi, quasi sempre sussurrati, rare volte accesi.

Sanapo  sceglie di usare colori tenui, lievi tonalità quasi incipriate, impalpabili. Dando vita ad una gamma cromatica morbida, vellutata che par di sentire Haydin piuttosto che Beethoven.

Sceglie di essere autodidatta assoluto, abbiamo detto. Una decisione che rischia di essere il suo limite ma dalla quale ne consegue un risultato originale e una cifra stilistica riconoscibile. Sceglie cioè di agire lontano dal riferimento all’operare di altri artisti modernisti o post-modernisti del novecento i quali ricercarono nuove forme espressive raggiungendo, a volte, risultati originalissimi, oltre invece, concludendo con un approccio a tutta la storia palesemente eclettico.

Il suo alto senso della tradizione lo dissuade dall’effettuare sperimentazioni nell’ambito di correnti artistiche più o meno originali, più o meno criticamente fortunate.

Resta profondamente ancorato a una pittura figurativa descritta da formule tonali personali e da rappresentazioni dal carattere indiscutibilmente intimista.

E’ bene ricordare che l’arte, in tutte le sue manifestazioni, reali o illusorie che siano, non prescinde mai dalla rappresentazione di due tipi di spazio: lo spazio pieno, rappresentato dalla forma e quello vuoto che la contiene. Nelle opere di Sanapo, molto spesso, lo spazio vuoto assume predominanza fino a diventare soggetto esso stesso. Distanza incommensurabile dalla forma. Spazio entro il quale assistiamo alla sospensione del tempo. Rappresentazione drammatica e metafisica insieme.

Scorgiamo affiorare persino l’idea dello spazio che avvolge le scene dei ricordi d’infanzia.  A volte i due spazi, pieno e vuoto, interagiscono.  La stessa fissità, stabilità e rigidità delle architetture è messa in discussione. E queste divengono morbide, animate, fino a sembrare quasi che respirino. Come nel ciclo di opere “Coppia in interno con sottofondo musicale”, nelle quali le architetture trasmettono il senso ritmico della musica divenendo corpi sinuosi e molli come corpi danzanti, forse più della coppia stessa.

Il modo di Sanapo di affrontare lo spazio determina una rappresentazione ipnogocica, costruita cioè con figure che paiono provenire da una condizione di dormiveglia.

Pur essendo preminente la forma emerge un senso di vuoto e di solitudine in uno spazio dove qualcosa è accaduto o sta per accadere. Una sorta di sospensione del tempo su una soglia che determina l’inizio o la conclusione di un evento in un’atmosfera tutta surreale.

La luce è pensata come forza che sublima il reale invalidandone la consistenza e la concretezza della materia.

Sembra continuamente stimolato a rappresentare il reale attraverso il surreale. Ci invita a riflettere sui motivi  ricorrenti della nostra tradizione culturale con la consapevolezza di quanto e come i valori etico-sociali si sono trasformati se non addirittura perduti. Cercando di recuperare le valenze positive della tradizione con i suoi valori. Prendendo in esame una rivalutazione critica del passato per comprendere consapevolmente il presente.

La sua è una figurazione solo in apparenza semplice poiché e fondamentalmente criptica e simbolica.

Ci sono dettagli singolari nelle sue opere, che comunicano una intensa riflessione esistenziale ed immagini generali a cui affida le sue emozioni più recondite, espresse da tematiche come l’emarginazione o la solitudine, la paura ansiogena che il male possa vincere sul bene, la preoccupazione di dare un’altra chance all’amore.

Senza perdersi mai d’animo nutre l’embrione della speranza: enigmatico e chiaro allo stesso tempo, quanto coinvolgente, è il dipinto “ Il mare di Addolorata la goffa”, nel quale una figura femminile, sulla riva, attende dal mare l’arrivo della nave che porterà il suo corredo e si potrà avverare il sogno che le consentirà di intraprendere il percorso di iniziazione verso il riscatto della propria condizione umana. La scena è pervasa da un surreale senso di immanenza e di immutabilità delle cose. Drammatico è qui lo spazio vuoto, più del pieno, più della forma.

E’ costantemente immerso invece nella dimensione spirituale, con le Opere del ciclo “Una Donna di Nome Maria”, che potrebbe essere dedicato a Don Tonino Bello e a i suoi scritti mariani. In esse la luce è pensata come forza che sublima il reale invalidandone la consistenza e la concretezza della materia.  L’opera “Natività” l’idea di una Donna-Madonna che potrebbe addirittura risultarci blasfema per la libertà del gesto con cui si priva dell’aura sacrale. Esprime senza falso pudore, tutta la gioia per la maternità e per la nascita del figlio: la Madre è veramente Madre e, davvero, Cristo si è fatto uomo.

Generalmente gli spazi e gli orizzonti sono indefiniti, sfumati. Diafane le figure. Le forme, a tratti evanescenti e pronte a dissolversi nell’aria se non ci fosse il disegno a descriverle e sottoscriverle, chiamato a contenerle e sostenerle. E dunque a strutturare e reggere la composizione tutta.

Costruisce le immagini con colori pastellati e una materia pittorica che non prevarica la forma ma la supporta, sfumandola, stando un passo indietro.

Favorisce l’aspetto emotivo e poetico collocandolo in uno spazio onirico e applicando forse inconsapevolmente, il dettato surreale di Breton: “automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere…il funzionamento reale del pensiero…con assenza di ogni controllo esercitato sulla ragione…”.

Oggi l’arte ha acceso i riflettori su tematiche come, il disagio sociale, la quotidiana sofferenza dell’umanità.  La necessità  improcastinabile di un ritorno alle origine delle cose del pensiero, alla purezza, per rifondare un ordine sociale che sia più giusto, equo, meritocratico. Per riscrivere le regole di una civile convivenza interculturale. L’inutilità delle guerre per risolvere i conflitti. Il disastro ambientale perpetrato senza fine e impunemente.

Queste ed altre ancora sono le tematiche affrontate dall’arte contemporanea. Problematiche che non si possono risolvere senza un processo di recupero dei valori e dell’identità, che collochi gli stessi nell’alveo della conoscenza, della cultura e della loro praticabilità. Ed è esattamente ciò che motiva l’asserzione iniziale: “ Ezio Sanapo è un artista contemporaneo”, perché recuperando valori e tradizioni e attingendo al ricordo di un mondo che non esiste più poiché cancellato, travolto da un progresso molto spesso ingannevole e fraudolento, l’artista ci restituisce immagini colme di poesia e di struggente bellezza.

FRANCO CONTINI

Docente Accademia di Belle Arti di Lecce

Supersano 20 – 12- 2013