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Romanzeria (A. Errico)

Romanzeria

Vento di ponente sibilava, si schiantava sui frontoni delle chiese, intirizziva gli angioli ai palazzi, spingeva nuvolate nel paese. E alzava l’onde sopra i frangiflutti, feroce come un turco, rapinoso, acerbo fero astioso. Ormai annottava. Lui sprofondò nei vichi scuri scuri: un antro di sibille, rifugio di briganti, groviglio di ogni falso e di ogni vero, speculo del mondo, enigma, symbòlaion, cloaca sotto il cielo d’Oriente e d’Occidente. Si disse: Questa è notte di travaglio, notte di romanzeria miracolosa. Romanzeria, si disse; vorticosa: basta una figura, una passione un sortilegio, una prosa di strabilio; basta ‘l tinnito solo d’un sonaglio, ‘na diceria, sembianza di un tormento, basta una ricordanza d’altro tempo. Basta solo trascrivere le voci. Trascrivere le sorti basta: sorti decise da astri, fama o vizio, da mappe false, da oblio o memoria oppure da una storia traditora. Qui trovo fondo e sfondo, lui pensava, le materie della mia romanzeria. Avessi scoperto a vent’anni questo intrico, questa trama di vicoli, pensava. Poi si accostò agli usci e cominciò ad annotare i nomi, le preghiere, le leggende, le furie, le misture di lingue, di segreti. Annotava. All’alba tornò ai bastioni.

Disse al ragazzo: tieni è tutto qui. Mi manca solo un sogno che non ho fatto in tempo a scrivere, un sogno che non riesco a ricordare. Cercalo tu se per la tua romanzeria un sogno ti può fare utile gioco.

A mare s’era fatto fortunale.

(Antonio Errico)

Il messaggio imperiale (F. Kafka)

Il messaggio imperiale

L’imperatore – così si dice -ha inviato a te,al singolo, all’umilissimo suddito,alla minuscola ombra nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale,proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio;tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere,sempre nell’orecchio,il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermata l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso:tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero; dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. I l messaggero s’è messo subito in cammino;un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme; le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo gli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscire fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera.

(Franz Kafka)

Ironia (Vito Lops)

Ironia

Percorso neutrale per eccellenza l’ironia fa dell’uomo un filosofo. E’il vezzo con cui il nonsenso prende corpo e vaga, sui ritmi dell’intelligenza, nelle nostre menti, mentre piano piano,prende corpo e senso. In questo percorso, immaginato e realizzato, l’ironia è il più bel modo di scendere a patti con la realtà. E’ un’esperienza assiomatica. Nasce ovunque, da chiunque, stimolata dalla semplice naturalezza delle cose. Talvolta costruita sottobanco da professionisti, talvolta spontanea come un fiore selvatico, innesca nell’uomo reazioni così simili da continente in continente che vien da pensare che, l’ironia stessa, è l’arte di sbeffeggiare la condizione dell’uomo, l’arte che unisce culture diverse, tradizioni lontane, città e radure. L’ironia, spontanea, è sì un’arte, un ritmato decostruire e ricostruire spazi e luoghi. Può rendere romantico un pilastro, e questo stesso sa, che dopo tutto, tornerà pietra. E’ un vagheggio, una sottile pausa al servizio dell’ingegno. Un attimo che entusiasma. Uno scatto breve e allusivo. E’ la condizione dell’uomo che non si sottovaluta. A volte è un dialogo, una schioppettata, una penna fumante, uno sguardo malconcio. L’ironia è l’insieme di frammenti desueti che sfuggono dal quotidiano, dal pensare con gli occhi aperti. Ha l’onore di un’arte povera. Nessuno è in grado di resisterle. L’ironia è forse niente più che un pensiero, un sogno pensato. L’ironia è un’amica.

Da: Vito Lops city news M@G 5 mag. 2004

Ad Atene noi facciamo così (Tucidide)

AD ATENE NOI FACCIAMO COSI’

Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo è detto democrazia. Le leggi assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se preferisce vivere a suo modo.

Ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato a rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso.

La nostra città è aperta al mondo e non cacciamo mai uno straniero.

Noi siamo liberi di vivere proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private.

Un uomo ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private.

Un uomo che non si interessa dello Stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell’azione politica.

Crediamo che la felicità sia il frutto della libertà e la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé un felice versatilità, la prontezza a fronteggiare le situazioni e la fiducia in se stesso.

Pericle, citato da Tucidide in “La guerra del Peloponneso” II, 37-41

 

L’Anima Alunna

 

L’Anima Alunna

Ho riflettuto molto ultimamente sulla enorme quantità di soldi che si spendono per la tutela e la salvezza delle anime degli abitanti del mio paese.

Nell’arco degli ultimi sessanta anni nel mio paese hanno accorciato la Chiesa Madre e nello stesso tempo ne hanno edificata una nuova in un’altra piazza negli anni 50. Inspiegabilmente hanno abbattuto e ricostruito, nuova di zecca, un’altra Chiesa, che era la più antica del paese negli anni 60. Hanno pavimentato, un’altra volta, e intonacato i muri esterni della Chiesa Madre negli anni 80. Hanno stonacato invece la Chiesa della santa protettrice del paese che era stata edificata “per miracolo” negli anni 90. Hanno rifatto il campanile e tutto il look interno, sempre della stessa Chiesa Madre negli anni 2000.

Senza parlare della costruzione di un imponente Oratorio che è l’unico intervento forse, fatto senza fare scempio e recare danni irrimediabili al patrimonio storico del paese.

Tutti questi lavori, opportuni o meno, sono stati realizzati con il contribuito dei cittadini, sia che li avesse messi lo Stato, sia che li abbiano messi di tasca propria. Il tutto con l’approvazione benevola della sovraintendenza alle belle arti.

Se gli abitanti del mio paese avessero speso almeno un terzo di quella cifra per le nostre scuole, oggi avrebbero scuole degne di essere frequentate, perché la scuola insegna Valori e Regole che è molto difficile insegnare in una scuola che strutturalmente non è in regola. Diventa difficile anche per chi nella stessa scuola insegna religione, che serve per la tutela dell’anima, se quella dei bambini ha, oppure no, un valore analogo a quella degli adulti.

In questi ultimi tre mesi, ho potuto visitare varie scuole dei paesi limitrofi e mi dispiace dover ammettere che la scuola del mio paese è la peggiore.

Nel mio paese le Chiese durano secoli (se non le abbattono volontariamente), le scuole invece durano pochi decenni, se tutto va bene, ed è, questa, la prova scontata che ogni cosa è durevole solo se fatta con amore.

Non scrivo tutto ciò per polemizzare con qualche amministrazione in particolare perché a memoria d’uomo, tutte le amministrazioni comunali, che si sono susseguite, (compresi gli abitanti che le hanno votate) nessuna si è veramente preoccupata di investire per il futuro del paese partendo dalle strutture della scuola, che sono fondamentali per la formazione dei bambini, Ma ci  preoccupiamo solo  della loro anima quando diventerà adulta.

Degli adulti di oggi è ammirevole la disponibilità di tante perpetue e sacrestani che si offrono volontariamente tutti i giorni a portare fiori freschi e a tenere pulite e ordinate le Chiese del mio paese, molto bene!

Sarebbe bello però se almeno un terzo di tanto interessamento lo riservassero anche per le Scuole frequentate dai loro figli che oltre ad avere un’anima, hanno tutto un futuro davanti: se lo avessero fatto già prima, avremmo oggi amministrazioni comunali che si sarebbero comportate di conseguenza per non perdere consensi.

Forse toccherà anche a me un giorno, preoccuparmi della mia anima. Da bambino ho dovuto sempre arrangiarmi da solo, da anziano invece avrò forse tutto il conforto della Chiesa e di tutti i Santi. Cambierò l’acqua dei vasi sugli altari tutti i giorni per meritarmelo e mi sentirò finalmente a casa mia, anche se non è il paese che io sognavo da bambino, anzi, non è proprio un paese per…bambini, ma dei bambini conserverò il ricordo della loro anima “alunna”, dei loro sguardi limpidi e sinceri dove posso ancora scorgere le radici della mia stessa anima incontaminata, con …”l’elmo di carta e la spada di legno” a difendere la sua identità e la sua purezza.

Il Sepolcro e il Grano

Il Sepolcro e il Grano

C’era una volta il rituale dei sepolcri e del miracolo del grano che nasce nello spazio di una bacinella piena  di terra e tufo, coperta con uno straccio bagnato e nascosta sotto il letto per 30 giorni. Poi tirata fuori e decorata con piccole bandierine di carta colorata e petali di fresie.

Così addobbata veniva portata in chiesa e posata ai piedi dell’altare prima di Pasqua, il giorno ricorrente la morte di Cristo.

Immaginate lo spettacolo che possono creare cento piccole bacinelle variopinte, ricoperte di teneri fili di grano appena nato, ai piedi dell’altare: la Speranza che sfida la Rassegnazione, il trionfo della Vita sulla Morte. Cento singole bacinelle che tutte insieme, unite, formano un campo di grano e,  su questo, Cristo risorto.

Ezio Sanapo

La vera storia di papa Galeazzo di Lucugnano

La vera storia di papa Galeazzo di Lucugnano

Difficile dire quanto i periodi felici della storia, abbiano riguardato le popolazioni del sud e in  particolare di Terra d’Otranto, zona questa, così fuori mano. Ma il periodo che sta tra il ’500 ed il ’700, è stato la notte più fonda della storia, la vera “notte della taranta” per gli abitanti di quella zona.

Al morso della taranta e della fame si aggiungeva quello della paura e della disperazione a causa del clima inquisitorio messo in atto dal regime spagnolo, coadiuvato dal clero, per scongiurare il dissenso che nasceva dentro e fuori la Chiesa. Vengono in mente immagini di paesaggi torbidi, senza aurore né tramonti come nei versi di un’antica filastrocca salentina:

 

 …Cquai nu ssé canta gallu

e nnù sse vite luna.

Nuddhru fiju te mamma

camina mai a quist’ura…

 

Ma il Sud, che aveva risorse proprie, sopravvisse a tutto ciò, esorcizzando il proprio disagio con la superstizione e la magia e in situazioni estreme anche con l’ironia: al simbolo pagano della taranta se ne aggiunse un altro altrettanto contrapposto alla chiesa da far pensare ad una presa di distanza dalla fede: nacque in un così ostile contesto e come rimedio a tutti i mali, il personaggio di “Papa Galeazzo” del paese di Lucugnano e paludi limitrofe, a sud del Regno di Napoli, zona questa, soprannominata le ” Indie” d’Italia”.

“Papa Galeazzo”, che non ha nessuna certificazione anagrafica comprovante la sua reale esistenza, è la trasposizione in chiave ironica, di un anonimo cittadino di Lucugnano, nella persona immaginaria, di un Papa malizioso e bonario, metafora di quello che nella realtà era un inquisitore temuto e potente.

In certe situazioni può succedere dunque che ciò che è troppo temuto e potente, può essere, anche da una singola persona, esorcizzato o ridimensionato a condizione che questa abbia, una forte consapevolezza della propria identità e che tenga in dovuto conto la caducità e la transitorietà di ogni vicenda umana. La commiserazione, la tolleranza o l’ironia sono risorse conseguenti che tale persona acquisisce a completamento di tutto ciò, senza lasciare spazio a nessuna forma di violenza.

L’idea del personaggio di Lucugnano, era nata, probabilmente, a danno di un omonimo parroco,a quel tempo, realmente esistito in quel paese. Si presume che esso non fosse ben visto dalla povera gente di quel luogo, tanto da essere beffeggiato con l’appellativo di “Papa”, un Papa che però si atteggia, ragiona e vive come uno di loro. Sta di fatto che molti preti, a quel tempo, oltre alle loro funzioni liturgiche, aiutavano il Potere Temporale svolgendo compiti “polizieschi” che culminavano con la persecuzione di persone a volte anche innocue e innocenti. Anche per queste vicende la gente di quel luogo avvertiva ormai la necessità di far valere le proprie ragioni, e non potendo farlo liberamente, ha dato delega a “Papa Galeazzo”, maschera tragicomica di un personaggio creato a imitazione di un prete non al servizio di Dio ma dei potenti, nel quale si incarna e diventa tutt’una l’anima di un “cafone” o di un “picaro”, che forte della sua carica ironica e trasgressiva, mette in atto, una rappresentazione a scena aperta, delle reali condizioni di vita della propria comunità. Nella storia anonima e mai scritta di quella gente, questo tipo di “ribellione” in apparenza puerile ed insignificante non era nuovo se consideriamo che, per esempio il turpiloquio cioè l’uso di espressioni oscene ed esplicitamente sessuali nel linguaggio dialettale Salentino era motivato da una repressione sessuale, premeditata e sistematicamente messa in atto, per tanti secoli dalle stesse autorità, con tutte le devianze, le sottomissioni e le frustrazioni, che da questa ne sono derivate.

ancora un ecclesiastico dipinto da Botero

Anche l’abitudine di esprimersi con imprecazioni e bestemmie rivolte a Dio, Madonne e Santi è sempre stata una forma di disubbidienza che si è diffusa proprio in quegli anni e le stesse autorità se ne preoccuparono tanto da ricorrere a torture come la mordacchia e a leggi speciali.

Di ribellioni “liberatorie” come queste, molti anni più tardi, ne ha fatto le spese l’arma dei carabinieri. Questi, quando giunsero per la prima volta nel Salento, non furono visti di buon occhio dalla popolazione. I salentini che storicamente lavorano la terracotta, li hanno copiati e prodotti in serie come pupazzi in miniatura con tanto di pennacchio, baffoni, e un curioso fischietto attaccato al fondoschiena: Dritti sull’attenti a guardia di un popolo salentino notoriamente scettico e prevenuto ai cambiamenti. E’la riprova che tutto ciò che viene imposto dall’alto crea sempre disagio, inquietudine e quindi rigetto.

Oggi che viviamo tempi di relativa libertà di pensiero e di parola, possiamo comprendere meglio il disagio di tante generazioni, all’ombra delle quali, anonimi autori controcorrente, in quel clima di caccia alle streghe, hanno avuto il coraggio, di “inventarsi” ad ogni male, rimedi così irriverenti e irriguardosi nei confronti dei rigidi ed opprimenti costumi di allora, sapendo di rischiare l’accusa di eresia e finire sul rogo, come è capitato ai filosofi Giordano Bruno di Nola e Cesare Vanini di Taurisano, nello stesso periodo e sotto lo stesso regime.

Papa Galeazzo dunque, più che l’interprete di una volgare comicità demenziale, come oggi ci fanno credere, si distingue invece come un autorevole personaggio salentino del sedicesimo secolo nato con il diffondersi della letteratura spagnola cosiddetta picaresca, che per la prima volta raccontava la realtà nuda e cruda della gente comune e che poi si è estesa, per merito di autori, a volte non a caso anonimi, in tutta Europa con i personaggi Lazzaro da Tormes, Justine, Moll Flanders, Tom Jones, Gil Blas e tanti altri meno noti.

Nella premessa a “La letteratura picaresca: cultura e società nella Spagna del l600″, di José A. Maravall, si racconta di una società, quella spagnola, divisa in tre categorie fondamentali: Una, quella privilegiata del clero e dei nobili aristocratici, l’altra costituita dal ceto medio, che condivideva quei privilegi ma criticamente e proponendo riforme. La terza categoria infine è quella dei dissenzienti, ossia il ceto più povero in tutta la sua moltitudine: Un sottogruppo di questi, ancora più emarginato era quello dei “picari” ai quali indubbiamente si ispiravano, per dissenso o per scrupolo, intellettuali del ceto medio o elementi illuminati del popolo stesso, per dare vita a personaggi immaginari e renderli messaggeri di una denuncia che diversamente sarebbe stato impossibile fare.

Nacquero perciò da un contesto sociale così ingiustamente delimitato, i comportamenti del “picaro”, persona libera e senza regole, individualista e senza padroni, con i suoi comportamenti (non avendo più niente da perdere), al limite della legalità, abituato com’era, a vivere ai margini di una società, quella spagnola, che comprendeva nella sua più estrema periferia anche il paese di Lucugnano in provincia di Lecce.

La figura di Papa Galeazzo storicamente è collocata sotto il regime spagnolo di Filippo II, quando ormai finiti i fasti del Rinascimento, tutta l’Europa, attraversava un periodo di difficoltà economiche che ogni Stato cercava di tamponare proponendosi unito a investire in attività mercantili. In Italia questo non fu possibile per l’influenza della Chiesa cattolica che impediva ogni tentativo di unificazione del Paese. Divisa perciò in tanti piccoli stati contrapposti tra loro, l’Italia non fu in grado di far fronte alla concorrenza degli altri paesi europei e questo portò ad un suo ulteriore impoverimento.

Le precarie condizioni di vita in una realtà così difficile e incerta, furono giustificate con la teoria tutta clericale dell’esistenza terrena come periodo transitorio e di espiazione. Una realtà che, per essere accettata così com’era, aveva tuttavia bisogno di essere mitigata con un tocco di virtualità: Per ingannare l’occhio si sovrappose allora ad essa, una visione architettonica ricca, imponente e solenne a fare da facciata e come per miracolo, Chiese e palazzi signorili mutarono forme e si arricchirono di fregi ed elementi decorativi esagerati, allo scopo di ostentare maggiore prestigio e pretendere più rispetto: nacque così il Barocco che trovò il suo epicentro proprio in Spagna e Terra d’Otranto.

In questo rimarcato conflitto tra il reale e l’irreale e tra il vero e il falso, può succedere allora che nel più piccolo e sperduto angolo del Regno,un picaro o un qualsiasi cafone, delle borgate più povere e fatiscenti di Lucugnano, può diventare “Papa”. Un Papa che per descrivere le reali condizioni di vita della gente comune deve necessariamente farsi interprete della loro storia, con comportamenti e racconti di vita ironici e maliziosi, come sfogo alle loro paure, alle loro inibizioni e alla loro impotenza. Storie e racconti di vita realmente vissuta e non più censurata. Si realizzava così il sogno del “picaro”, che è quello di riscattarsi sul proprio destino, diventare qualcuno, conquistare il posto più alto della società ed essere considerato dalla storia, così come non era mai stato. Un sogno che non poteva durare e il risveglio fu tragico e amaro. Dopo il concilio di Trento, in pieno periodo di restaurazione, tutto rientrò sotto il controllo dell’ordine costituito e seppellito poi dal tempo e dall’oblio: La Taranta, simbolo pagano, passò sotto la tutela di S.Paolo protettore, furono travisate le sue ragioni e impedita la sua autonomia. Di “Papa” Galeazzo, finito lo spettacolo e calato il sipario non se ne seppe più nulla: Il suo virtuale personaggio svanì con tutta la sua carica ironica e trasgressiva. Trecento anni dopo, con l’Italia unità e liberata, Papa Galeazzo ricomparve sulla scena come lobotomizzato, senza più nessuna motivazione storica e senza parrocchia. A lui sono stati attribuiti, “cunti e culacchi” cioè volgari racconti da osteria e come un patetico e ridicolo buffone è stato consegnato ai giorni nostri.

Papa Galeazzo è invece quell’anonimo eroe popolare che crede ancora in sé stesso, perciò capace ancora di sognare, e che vive da sempre in noi sospeso tra la fantasia e la realtà. Forse, sotto le sue mentite spoglie di figura barocca, continua a battere un cuore tenero di umile contadino che sa di essere destinato a soccombere e che ride soltanto, per nascondere dentro di se, un pianto che dura dalla notte dei tempi.

Vituccio “Paracazzi”. Breve storia di un ragazzo di strada

Vituccio “Paracazzi”. Breve storia di un ragazzo di strada

Il mio paese è il centro, l’ombellico del Salento, così come piazza IV Novembre era l’ombellico di quel paese. Non è una piazza, in realtà è la strada principale che da nord a sud spacca in due il paese e lo priva di ogni intimità: non una meta quindi, ma un paese di passaggio. tranne quel punto dove la strada si allarga e si formano due “piazzole di sosta”, una di fronte all’altra, dove nessuno, per un motivo qualsiasi, si sarebbe mai fermato a sostare. Tranne i cani randagi e tutti quei ragazzi assidui frequentatori della piazza perché nelle case non c’era spazio sufficiente per tutti. La piazza era allora abitata.

  Almeno una volta al giorno, la casa, unico vano o due al massimo, veniva completamente oscurata e il ragazzo prima di uscire aiutava la madre a scacciare le mosche: dall’interno il ragazzo apriva e chiudeva ripetutamente lo spiraglio della porta che dava alla strada, con movimenti rapidi e regolari per indicare alle mosche un punto di luce e una via di uscita e la madre, partendo dall’angolo più interno ed opposto, sventolando un asciugamani , spingeva le mosche verso quello spiraglio di luce allora bastava spostarsi di lato, spalancare la porta e con rapidi colpi d’asciugamano, cacciarle via. Questa operazione, due o tre volte, e con le ultime mosche, quasi inseguendole, anche il ragazzo scappava via: restava la madre, a porta chiusa e in penombra, sola finalmente.

A differenza dei cani randagi, che sulla piazza stavano insieme ambedue i sessi, del genere umano solo i maschi potevano stare. Le ragazze invece, già da piccole, terrorizzate dai genitori: “se stai con i maschi ti muore la mamma!” facevano una vita più riservata, quasi anonima.

Senza la presenza adulta e femminile, quasi sempre svezzati e cresciuti senza un abbraccio, senza baci nè carezze, senza dialogo, nè allegria, nè giochi da parte dei propri familiari, i ragazzi di strada erano in realtà soli tra loro, ma proprio per questo, liberi di dare sfogo al loro istinto più naturale e alla loro rabbia che tanto li faceva assomigliare ai cani.

I cani a loro volta erano terrorizzati dai sassi che in ogni momento, e da ogni direzione potevano arrivargli addosso e la loro permanenza sulla piazza o soltanto il loro passaggio era un’incognita, un rischio. I ragazzi si divertivano a spaventarli, ad inseguirli con bastoni e a sassate interrompere i loro amplessi quando si accoppiavano tra loro.

Certo è che le strade e le piazze allora erano popolate, le case colme e traboccanti e animali e persone, giorno per giorno dovevano fare i conti con la realtà, per avere spazio sufficiente a legittimare la propria esistenza anche nel più remoto angolo del mondo, nel paese più interno del Salento.

Dopo ogni guerra c’è un periodo di ricostruzione si guarda con più fiducia il prossimo, così ogni paese, anche il più sprovveduto sente il diritto di sperare nel futuro; anche quei paesi dove non succede mai niente, dove nonostante le guerre, nessun esercito è mai passato, dove non s’è mai visto sangue versato e nessun soldato sparare, solo lutti e monumenti ai caduti con tutti i loro nomi scolpiti sul marmo. Il mio paese non è stato mai liberato perché non è stato mai occupato. Ma nonostante abbia pagato ugualmente il suo tributo di sangue, nessuno poteva sentirsi veramente tranquillo e al sicuro, neanche in tempo di pace, neanche in braccio alla propria mamma.

La seconda tragica guerra mondiale era finita da un decennio ma il paese era ancora stremato, la popolazione più attiva era stata decimata e la generazione successiva era ancora immatura. Numerosi e al completo erano invece anziani donne e bambini, a questi si aggiungevano gatti e cani.

I gatti erano trattati bene, coccolati, accarezzati e soppesati; quando raggiungevano il peso giusto venivano chiusi vivi in un sacco, bastonati a morte e poi scuoiati e cucinati. I gatti si sa non hanno padrone, così ognuno si sentiva in diritto di tentarne la cattura e di appropriarsene.

I cani invece rischiavano solo sassate, conoscevano a uno a uno i ragazzi, la loro indole e stavano al gioco. Bastava guardarsi le spalle, scappare quando c’era da scappare, dimostrarsi disponibili,scuotendo la coda quando era necessario e quando ne valeva la pena.

Chi passava o chi si soffermava su quella piazza erano sempre le stesse persone conosciute.

Gli unici forestieri erano due o tre che in giorni diversi passavano, diretti a sud, con motociclette di piccola cilindrata, carichi di un enorme fascio di lunghi e sottili fili di piante di vimini per intrecciare sporte, borsette e fische. Per strappare loro, in corsa,una certa quantità di fili, i ragazzi ricorrevano alla violenza e tirando, chi da una chi dall’altra, li strattonavano e spesso li facevano cadere rovinosamente.

Altro forestiero era l’autista dell’unica corriera che passava una volta al giorno il pomeriggio e anche a questa i ragazzi correvano dietro aggrappandosi al paraurti fino alla fermata del bar per il gusto di respirare quello strano odore di bruciato che usciva dalla marmitta.

Alla fermata solitamente nessuno scendeva e nessuno saliva e siccome la corriera era alta, nessuno dei ragazzi riusciva a vedere se seduti dentro ci fossero altri passeggeri, che oltre all’autista, passavano di là tutti i giorni.

E un giorno di questi, un furgone scuro e mai visto, si fermò di traverso sulla piazza, scesero due persone in divisa e gli stivali di cuoio, presero di mira due cani randagi, uno aveva in mano qualcosa da mangiare e lo mostrava avvicinandosi amichevolmente, l’altro nascondeva dietro di se un lungo e flessibile bastone, anch’esso di cuoio con in cima un cappio aperto a nodo scorsoio. Il cane ignaro mangiava e l’ altro tendeva lentamente il cappio alla testa dell’animale. Era come il filo di biada alla cui estremità i ragazzi formavano un cappio, grande quanto bastava per farlo passare attorno alla testa delle lucertole, lentamente, senza toccarla, cessava ogni rumore e tutt’intorno ogni cosa si fermava. Ricordo l’espressione della lucertola: doveva aver capito la situazione e la sua immobilità era un segnale di resa, pareva anzi che volesse abbreviare i tempi e facilitare la propria cattura porgendo volontariamente il collo al cappio che entrava lentamente.

Una sassata colpì in pieno il cane che mangiava e tutti e due scapparono via. Gli “acchiappacani” si guardarono intorno quasi increduli, videro per la prima volta la piazza, la presenza dei ragazzi, e dei passanti che si erano fermati a guardare, risposero con imprecazioni e bestemmie e se ne andarono lasciandosi dietro gesti e frasi oscene e una risata generale.

Né, né, né

Sutta a mammata cce nc’è

Nc’è nu purginella

Ca thrase e esse

Ta portella.

Sguaiato, solitario e senza Angelo Custode, Vituccio “Paracazzi”era quello che si notava più di tutti tra i ragazzi di strada, non solo per la statura e i muscoli che aveva, ma anche per la sua maggiore età era di qualche anno più grande di noi tutti e questo sarebbe bastato per decidersi a farsi da parte. Poteva cominciare a imparare un mestiere ma nessuno lo accettava, neanche noi ormai più di tanto, e questo lo rendeva nervoso e irascibile. Non era ritardato nè cattivo ma col passare del tempo “Vituccio”avvertiva sempre di più che il suo spazio si stringeva, forse nato in anticipo, forse in ritardo, si sentiva schiacciato nell’intersfizio che si era creato tra una generazione e l’altra.

Non trovando spazio tra quelli più grandi di lui, cercava di “nascondersi” in mezzo a noi, ma non riusciva a mimetizzarsi e “Vituccio” agli occhi del mondo era li, allo scoperto, sulla pubblica piazza, rasato a zero per risparmiare sul barbiere, scalzo d’estate e approssimativamente calzato d’inverno, con i suoi pantaloni nè corti nè lunghi. appesantiti dalla fionda e dai sassi che portava sempre in tasca, per difendersi più che per offendere: Era stata sua la sassata che aveva fatto scappare i cani.

Appena lanciato il sasso anche lui scappò via, così come faceva quando ci rubava le noci e i noccioli di pesca che i ragazzi piazzavano in fila per terra per poi allontanarsi e colpire da lontano con un’altra noce o con la “staccia”: Vituccio si metteva vicino alle noci, fingendosi spettatore, poi al momento giusto, con un gesto rapido si chinava, “brancava” le noci sistemate per terra e scappava via. Per lui era uno sfogo, ma molti di noi erano arrabbiati e non lo avrebbero mai perdonato.

Degli acchiappacani se n’è parlato per un pò di tempo. Molti dicevano d’averli visti all’opera in punti diversi del paese e in periferia. Fatto sta che dopo qualche mese i cani in piazza erano rari e in giro ne circolavano sempre di meno.

Ognuno faceva le sue supposizioni ma riguardo alla fine che avrebbero fatto i cani scomparsi, la più ottimistica era quella che erano stati fatti morire in pace e sepolti cristianamente, altri dicevano che dopo ammazzati avrebbero fatto scatolette di carne e con le loro ossa, dadi per brodo. Tutte queste supposizioni e dicerie facevano chiaramente capire quanta inquietudine aveva creato tra la gente, questa vicenda che, calata dall’alto, niente aveva a che fare con le abitudini del paese.

In quel contesto si verificò l’episodio che non dimenticherò più: nel tratto di strada tra il bar e il vecchio municipio si fermò in pieno giorno una macchina nera e come nella scena di un film, si spalancarono i quattro sportelli e quattro persone si precipitarono fuori, acchiapparono Vituccio, lo sollevarono di peso, lo caricarono in macchina e lo portarono via; tutto in un baleno e tra l’immobilità e il silenzio della gente tutta intorno.

Vituccio “Paracazzi” non lo abbiamo più visto e nessuno ha saputo più nulla di lui.

Certe scene per quanto possono essere rapide, lasciano nella memoria dei fotogrammi, quelli più drammatici, più essenziali: Vituccio che si volta di scatto per guardare dal basso in alto chi lo sta immobilizzando e capisce che il suo spazio si è ormai esaurito; Vituccio sollevato di peso si inarca inutilmente come un ossesso; Vituccio in macchina in mezzo a due persone sul sedile posteriore che guarda dietro di se con la bocca muta e spalancata e la macchina che s’allontana accelerando verso l’uscita nord del paese.

Dopo un po’ di giorni nessuno ne ha più parlato,e dopo qualche anno in paese si è saputo della morte di un ragazzo di Supersano, nel manicomio di Bisceglie, ma ormai nessuno lo ricordava più , nessuno lo conosceva, e poi si sa che la morte di uno “scemo” non fa notizia, anzi mette l’animo in pace.

Da allora la piazza non fu più la stessa, molti di quei ragazzi furono tirati per le orecchie e portati nelle botteghe di ogni artigiano: calzolai, sarti, falegnami, e lì, umiliati, picchiati, e spesso sottoposti a molestie. Qualcuno di loro è riuscito a imparare un mestiere.

Il manicomio di Bisceglie è stato chiuso grazie alla legge Basaglia. Era stato fondato negli anni venti come luogo di accoglienza per bisognosi, poveri e senza casa , succursale di quella creata a Torino da don Giuseppe Cottolengo poi beatificato.

Negli anni ’50 passò sotto il controllo dell’allora Democrazia Cristiana e divenne un centro di potere e di scambio elettorale; posti di lavoro in cambio di voti e preferenze. Fino alla metà degli anni ’80 l’ex manicomio di Bisceglie, contava oltre 3mila dipendenti a fronte di 5mila ricoverati con il relativo introito, nelle sue casse, delle rette individuali del servizio sanitario. Lo soprannominarono la Fiat del sud.

Per diventare un centro economico e un grande serbatoio di voti clientelari da spartire all’occorrenza, bisognava trovare più ricoverati possibile, cercandoli nei paesi più sperduti delle province pugliesi e magari nelle famiglie più povere e bisognose. Così una miriade di “case famiglia”, prima nate come nobile e volontario impegno caritatevole cristiano, riviste poi come impegno sociale con la legge Basaglia, contro i manicomi, si sono, in seguito ridotte, molto spesso, ad un opportunistico accomodamento personale e privato, sulla pelle degli altri.

Il povero Vituccio non ha avuto ne casa ne famiglia, doveva solo essere un numero e siccome era molto giovane, come numero prometteva bene ma è probabile che essendo persona libera e senza regole, Vituccio si sia ribellato: è morto ed è stato cancellato.

Io prego per lui il beato S. Giuseppe Cottolengo e tutta la Congregazione delle ancelle della Casa di Divina Provvidenza di intercedere per la salvezza della sua povera anima e che sia perdonato per le noci che ha rubato: noi lo abbiamo già fatto.

di Ezio Sanapo, originariamente apparso su http://www.fondazioneterradotranto.it

Sulla povertà

Sulla povertà

A mia zia Pina

 

Premessa
Il concetto di povertà, come ceto sociale autonomo e distinto, è finito con gli anni ’50. Come tutte le classi sociali aveva una sua storia, una sua identità, le sue regole e un suo modello di vita. Da allora diventò quello che oggi conosciamo: un insieme di strati sociali indistinti e accomunati da un unico comportamento “piccolo borghese”, a imitazione di quel ceto medio borghese che fino ad allora aveva dominato. Rimescolato quindi il tutto, in una unica, fascia sociale, senza più nessuna identità, questa, poteva essere più facilmente asservita a un nuovo modello di società, “sbarcato” da noi, in quegli anni, dall’occidente. Consumare fu la nuova parola d’ordine. Chi non poteva farlo veniva escluso da questa nuova fascia sociale, che, non avendo più storia, non aveva più doveri, nè protezione e diritti di appartenenza. Così, questo nuovo modello di società, abolendo il principio della solidarietà, che era considerato “sacro” dalle comunità più povere, ha messo in atto, un nuovo tipo di emarginazione: quella del singolo individuo e non più di una intera comunità. L’individuo, da solo, non avrebbe più avuto possibilità nè di difendersi, nè di ribellarsi.

da “Come eravamo”

Stagioni parallele
Fino agli anni ’50, prima dell’emigrazione di massa, il ceto popolare e di origine contadina, aveva come unica possibilità lavorativa quella dei lavori bracciantili sui terreni di proprietà dei piccoli o grandi latifondisti, non quindi su terreni di propria appartenenza. Dello stesso ceto, una larga fascia era esclusa, per via che le assunzioni venivano fatte senza regole e sulla base di simpatie e convenienze.

Una massa enorme di povera gente era perciò esclusa dal processo produttivo ma gli veniva per scrupolo riconosciuta la necessità di un probabile sostentamento, dando loro libertà di movimento, a stagione ultimata, sugli stessi terreni a loro discriminatamene inibiti. Così intere famiglie, costrette dalla povertà e dalla fame, potevano “vendemmiare” fuori stagione, nei vigneti già vendemmiati, raccogliendo sparuti grappoli di uva acerba e tardiva. Potevano cercare e raccogliere le ultime olive rimaste.
Raccoglievano le ultime spighe rimaste sui campi di grano già mietuti, prima che le stoppie secche e pungenti venissero bruciate.
Raccoglievano, sotto gli alberi, gli ultimi fichi sfatti e caduti, che opportunamente essiccati potevano essere venduti per ricavarne alcool.
Per queste attività, svolte con una esperienza secolare e tramandata da generazione in generazione, era necessaria la conoscenza dei luoghi di frequentazione, delle colture, delle condizioni climatiche, dei tempi e delle stagioni. Stagioni svolte parallelamente a quelle dei raccolti veri e propri, da persone d’ambo i sessi e di ogni età, persone semplici e dignitose che avevano con la natura un rapporto quasi familiare, religioso e di profondo rispetto. Non potendo essi lavorare la terra, la natura coltivava per essi offrendo loro frutti tardivi e stagionati e altri prodotti selvatici che nessuno avrebbe altrimenti raccolto. Ed essi, inseguendo le stagioni, raccoglievano cicorie selvatiche e lumache, sia in estate che in inverno, da vendere in giro per il paese. Con la stessa dignità facevano lunghe file per una scodella di pasta e ceci che alcuni proprietari terrieri offrivano ai poveri, ogni anno per devozione a S. Giuseppe. La stessa devozione che essi avevano per il proprio vicino di casa, perché quando il povero poteva cucinare, cucinava anche per esso.
Con un candore religioso tipico di un cristianesimo come alle origini, ma ancora paganeggiante, i poveri potevano esprimersi, con il loro antico dialetto che abbondava di riferimenti osceni e scabrosi, senza volgarità e senza perdere la loro purezza d’animo e la loro innocenza. Senza mai scoraggiarsi pregavano senza essere ascoltati, chiedevano senza ottenere, Bestemmiavano senza peccare.
I poveri di allora, diversamente da quelli di oggi, avevano una grande risorsa, avendo essi accumulato nell’arco dei secoli vissuti in solitudine, un enorme patrimonio culturale: tutto questo loro patrimonio, li aveva resi autonomi e autosufficienti, rispetto al resto della società che li aveva storicamente emarginati. Intanto per la loro abitudine a girovagare randagi a inseguire le stagioni su sentieri e campi altrui, avevano maturato una libertà e uno spazio illimitato: in quello spazio immaginario, i poveri di allora coltivavano i loro sogni. I sogni delle masse popolari sono sempre stati frutto di una fede e di una incrollabile speranza e la speranza giustificava la loro resistenza e i loro sacrifici. I poveri credevano, o avevano imposto a loro di credere, che l’esistenza terrena e la loro condizione di vita fosse predestinata, una prova da superare o un castigo del destino che accettavano per espiare colpe che non avevano, per errori mai fatti. La condivisione di questo sacrificio collettivo ha sviluppato nel loro ambito quella solidarietà diventata modello di vita e riparo ad ogni minaccia terrena.
Soltanto da una così tenace e convinta appartenenza sociale, uniti alla fantasia e creatività popolare, possono nascere quegli opportuni strumenti di difesa necessari a garantire la sopravvivenza della classe stessa. Lo strumento di difesa dei poveri era l’ironia: l’ironia nasce dalla fantasia e creatività popolare come risorsa necessaria per difendersi da tutto ciò che di potente e minaccioso li circonda e a mitigare ed esorcizzare non solo quella minacciosa superiorità, ma, anche la propria impotenza e quel senso di nullità che ha sempre caratterizzato ogni appartenente ad un ceto povero.
L’uso stesso di affibbiarsi vicendevolmente nomignoli e soprannomi, assurdi, sconci e ridicoli, a danno dei veri nomi di origine, è tipico dei ceti popolari e della loro capacità di ironizzare persino sulla propria e umile ascendenza. Il soprannome “marcava” l’intera famiglia e si tramandava nei secoli di generazione in generazione come un titolo ironico di onorificenza, per irridere allo stesso tempo il ceto superiore, che aveva invece titoli veri e nobiliari e che con questi poteva imporre il suo dominio legislativo ed economico.
Oggi, vergognarsi del proprio soprannome, equivale a rinnegare le proprie origini a riprova di una povertà che non è più solo economica ma anche culturale.
Mia zia Pina, ultima di quella stirpe e povera per definizione, è morta che aveva appena quaranta anni, agli inizio degli anni ‘60, cioè, agli albori di questa nostra civiltà. Ha vissuto fino all’ultimo con la dignità tipica di quel ceto e con la speranza di una vita a “venire”. Incrollabile nell’attesa di un marito sempre lontano, che dalla sua lontananza gli mandava, come sostegno materiale, non denaro, ma sacchi pieni di scarpe usate e spaiate che lei pazientemente appaiava, legandole strette l’una all’altra con i rispettivi laccioli e ammucchiava in mezzo al locale che abitava, per poi venderle ad altra gente povera come lei. Zia Pina aveva i polmoni malati e l’aria, inquinata dalle vernici di quelle scarpe, respirata per giorni, notti e mesi, ha anticipato la sua fine.
Senza il marito e senza figli attorno al suo letto di morte c’erano solo parenti e vicini di casa. Quando è arrivato il prete per l’estrema unzione mia zia Pina si è guardata intorno, ha accennato una risatina ironica e ha fatto uno sberleffo con la lingua a tutti i presenti, dopo di che si è girata su un fianco e volgendo loro le spalle è morta. Ha lasciato un grosso registro dove minuziosamente segnava i soprannomi di tutti i suoi debitori. Era un lungo elenco di soprannomi sconci e ridicoli, con accanto ad ognuno la misera cifra che mia zia avrebbe dovuto riscuotere ma che non ha mai riscosso. Così tutti hanno potuto verificare che la sua precaria ed inutile esistenza si è conclusa, come per ogni altra persona povera, tutto sommato, in credito.
Conclusione
Così, con uno sberleffo, si era chiusa un’epoca storica e ne era iniziata un’altra: l’emigrazione ha disperso quella massa di gente che era stata una comunità. Ognuno per suo conto ha conosciuto finalmente il benessere ma ha rinnegato, credendole ormai superate, le sue origini. Molti per scrupolo, hanno cercato rifugio nel passato, ma tutto era stato ormai cancellato oppure strumentalizzato e non esistevano più le condizioni per una presa di coscienza di massa e di revisione critica della nostra storia, specie quella più recente.

Oggi, molto spesso, l’uso che viene fatto delle tradizioni popolari originarie di quella gente serve solo a speculare su un patrimonio culturale di un ceto popolare che, come tale, non esiste più e sul suo rituale anche religioso, che meritava certamente più rispetto, perchè, prima di essere affossato del tutto, poteva ancora farci riflettere sul malessere di ieri e quello di oggi. Ma senza più regole tutto è permesso se motivato da una logica di profitto: molti di quelli che ieri erano poveri e sfruttati , oggi sfruttano altra povera gente e si sono a loro volta arricchiti. Altri invece, ieri raccoglitori di grappoli d’uva acerbi e tardivi e oggi più poveri ed emarginati di allora, ingannati da un modello di sviluppo economico che non c’è stato e svincolati da un ordinamento sociale non più credibile, sono stati risucchiati in organizzazioni criminali per svolgere attività illegali. La solidarietà ha lasciato il posto alla diffidenza e il povero di oggi è diventata una persona sola, non ha più nemmeno una controparte e l’arma dell’ironia, se mai la avesse ancora, non gli servirebbe più: una persona, da sola, non può ridere, né di se né degli altri, perché la realtà che gli sta intorno è diventata troppo seria e preoccupante.

Ad un amico che mi chiede se c’è ancora speranza, io, come tutte le persone in buonafede non so cosa rispondere. Forse le persone in malafede, che hanno certo molta più lungimiranza di noi, possono dirci cosa intravedono nell’immediato futuro: questi temono che la speranza torni a risvegliare le coscienze e, per difendere se stessi e tutti i loro privilegi, hanno alzato imponenti barriere nei confronti del prossimo che li circonda, segno evidente che non tutto è scontato, e questo mi fa ben sperare. A questo mio più caro amico posso allora dire che una speranza ancora esiste, qualcuno l’ha intravista, oltre quelle fitte ed altissime barriere, camuffate da siepi sempreverdi e sormontate da un minaccioso filo spinato.
Di Ezio Sanapo. Originariamente pubblicato su http://www.fondazioneterradotranto.it