Lettera di Aldo Bello

Lettera di Aldo Bello

Carissimo Ezio,

cinque, sei, sette volte ho messo mano a una risposta, e se vuoi a un riscontro, alla tua “Terza generazione”. E ogni volta, puntualmente, ho tracciato una croce sghemba sul manoscritto e ho mandato tutto all’aria. Qualcosa non quadrava, qualcos’ altro mi sfuggiva, mentre intendevo trovare una misura, con echi sinceri, realistici e speculari a quanto hai scritto in quelle pagine. Lo faccio ora, in via definitiva, forse perché mi sento in una condizione serena, (per quanto si possa restare sereni ad ogni rilettura del tuo testo), forse anche perché non ti aspetti più alcuna mia risposta, mentre io non ho mai rimosso questi tuoi grumi di vita vissuta, di esperienze esistenziali, di delusioni (tradimenti) e di illusioni futuribili (l’eterno inganno meridionale di una pertinace “speranza”. Capirai dagli ultimi righi perché questo disprezzo del termine).

Dunque. Tu rivedi un tuo cugino dopo una parentesi di dodici anni. Tu e lui anagraficamente adulti, ormai, ma ancora segnati (particolarmente tu, par di capire) dagli antichi ragionamenti sul mondo, qual era e come avreste voluto trasformarlo, nel senso di renderlo migliore e più nobile, o meno ignobile, nel momento in cui nella nostra cultura e civiltà si attuava una svolta radicale, e Supersano, il Salento e il Sud erano in fase di mutazione e si sentivano scivolare di dosso la vecchia pelle come la “camicia” di un rettile. Tu scrivi: era il 1960, tempo del miraggio di un salario fisso e del consumismo che aveva varcato anche le frontiere del Mezzogiorno, ma pure dell’emigrazione, dell’ espulsione dei valori consolidati della civiltà rurale dal contesto dell’antropologia umana e civile che aveva contrassegnato la nostra identità dalla notte dei tempi. E’ il tuo appassionato elogio dell’universo contadino, quello che aveva formato la tua (e nostra) anima e la tua (e nostra) coscienza e conoscenza, quello che però registri come irrimediabilmente tramontato. Era fatale che accadesse. I nostri contadini, i nostri artigiani, i “negri bianchi” che affollavano i mai abbastanza maledetti ”treni della speranza” (ho il malinconico vanto di avere inventato questa espressione nel linguaggio del giornalismo d’inchiesta italiano) erano esuli solitari della fame, erano miriametri di fasci muscolari, erano tonnellate di disperata materia grigia, che andavano al Nord e in Europa a vedere, come si diceva dalle nostre parti, “dove chiarisce il giorno”: vale a dire, dove fossero possibili un lavoro meno precario, un tozzo di pane meno amaro, un’ accumulazione primitiva di microcapitali in valuta che un giorno consentissero il ritorno ai luoghi d’origine, l’impianto di una modesta attività lavorativa (al pianterreno) e di un’abitazione con l’acqua corrente (da sempre più preziosa dell’ argento vivo) e col bagno di ceramica ordinaria (accanto all’officina o alla bottega che dir si voglia, oppure al primo piano) che sostituisse il vaso di coccio o il cesso dietro un paravento di fortuna. Tu sai che non sto inventando nulla: la condizione civile e sociale di un imponente di “lumpenproletariat” avrebbe reclamato una autentica rivoluzione, che non ci fu. E quando si realizzò, fu pacifica e nello stesso tempo radicale: si chiamò spopolamento di interi paesi e abbandono delle campagne, ricerca della tuta blu, trasferimento delle radici (e dei valori) oltre i confini dell’antico Regno di Napoli. In quei giorni cominciò a morire il vecchio Sud rurale. Osserva i nostri paesi. Le periferie sono butterate da costruzioni, che ancora oggi grondano sudore e sangue versati da quegli uomini in quegli anni. E sono orrende periferie, sotto il profilo urbanistico e architettonico. Alcune hanno divorato boschi, devastato campagne, sottomesso violentemente serre e pianure. Eppure testimoniano del transito, del passaggio su un diverso e più dignitoso gradino, appunto, civile e sociale. Sono il segno tattile del nostro inconfessato ri-morso. Così sono state travolte le superbe skylines salentine e meridionali, le linee del cielo e i profili degli orizzonti che ci facevano immaginare – da bambini – mondi altri e diversi, esplorazioni esotiche, scoperte da mozzare il fiato. E sono stati abbandonati i centri storici, perché in tanti, una volta indossato un doppiopetto, si vergognavano di abitarli: e con questo esodo è stata uccisa la solidarietà di vicinato, come sono svaniti il sentimento comune dei problemi di ciascuno e il disinteressato sentimento di missione professionale che appartenne a poche, ma alte figure locali. Se, poi, abbiamo voluto più lampadine elettriche in casa e tra gli sbavi di verde nei nostri giardini sgradevolmente pettinati, se abbiamo reclamato più pali d’illuminazione lungo le strade e nelle piazze, possiamo pretendere ora di vedere le orse e le costellazioni? Il progresso non comporta molte perfidie e qualche tradimento? Il fatto è che ti (ci) condiziona il tuo (nostro) background umanistico, fusione nell’ anima magnogreca di tutto ciò che il mondo classico ci ha donato. Musica, poesia, narrativa, cinema, (e io aggiungo il teatro), sicuramente hanno preservato da più torvi imbarbarimenti, ma proprio questa è la nostra croce, perché siamo fatalmente portati al confronto e al giudizio, al rimpianto per quel che poteva essere e non è stato e alla presa d’atto (spesso unilaterale) dell’ impoverimento ideale e spirituale del nostro tempo. E’ quello che tu esplicitamente definisci “il senno del poi”. Il treno che passa una sola volta, ma che non si prende. L’attimo che fugge e non ritorna. L’ euclideo “panta rei”, ogni cosa che scorre e non è mai più. Non è mai più se stessa. Per nessuno. Perciò, ad esempio, inorridiamo se a Torrepaduli (villaggio emblematico della nostra terra) si può ballare la pizzica utilizzando strumenti del tutto estranei, e persino alieni alla tradizione musicale che ci diede identità anche nel mito del tarantismo, cioè della sintesi estrema del cono d’ombra dentro il quale trovarono rifugio e forza di proiezione culti pagani e innesti cristiani. Si esorcizza così lo smarrimento della civiltà contadina, tu dici. Ed è vero. Con un’ aggravante: la pizzica, espressione storica di un malessere sociale, civile, e dunque politico (nel significato etimologico del termine: di vita della polis), è da tempo una sovrastruttura consumistica, le radici sono andate perdute, le coordinate antropologiche cancellate. La “malattia” è ludica. La taranta cantata o ballata è competitiva sul mercato del sound e del rock. In Salento sopravvivono riti residuali, figurazioni artefatte, sussulti coma tosi. Come gli arrosti sulle scogliere marine nella notte di San Lorenzo, come la sbronza di rigore la sera di San Martino, fanno parte di scintillanti quanto caduche liturgie che oggi incantano quasi esclusivamente gli spiriti romantici, e semmai sciolg~no il sangue agli algidi turisti del Nord. La pizzica-taranta non è più bruco, non sarà mai più farfalla. E’ una crisalide svuotata e infeconda.

Il “vostro” ’68 fu un crogiolo formativo, un’entusiastica affabulazione, un sogno che fortemente voleva valicare la linea polare delle pure e semplici proposizioni astratte per farsi esperienza reale di vita e d’impegno. Appunto: era il “vostro” sogno, e anche quello di tanti altri generosi sodalizi giovanili che germinarono non soltanto sugli echi ondulari di quanto sarebbe accaduto nel Maggio francese (non va dimenticato: quel Maggio fu a sua volta anticipato dal ’67 di Sociologia a Trento), ma anche nella visione complessiva della condizione delle aree arretrate e dell’Italia (nel frattempo “meridionalizzata”) in generale, con i salari compressi, con la ricchezza nazionale mal distribuita, con le persistenti maree migratorie, con la rapina delle rimesse in valuta dei nostri ex contadini e artigiani usate per pagare le importazioni di materie prime destinate solo alle imprese del Nord, col trasferimento al Sud di aziende votate all’obsolescenza, e con l’eterna questione meridionale che, raggirata da una strumentale questione settentrionale, vide impegnato il pensiero di fior di intellettuali, mandato in fumo dallo strategico disimpegno di fior di politici nazionali. Al vostro, seguì il vero e proprio ’68, e fu una catastrofe, uno scirocco travestito da libeccio che seppe solo distruggere, far marcire, togliere anima, senza saper creare nulla. Non generò, a differenza di quanto accadde in Francia, una classe politica in grado di progettare un sistema-Paese moderno; non fu capace di spirito predittivo; non seppe, non poté o non volle impedire abusi, corruzioni, regressioni dei contigui anni ’70 e dei vicini e orribili anni ’80. Tanta passione, tu dici. Ci fu anche passione civile, certamente, ma morì nello spazio di un mattino, issata sulla forca di interessi di parte, di tribù, di cosca. E ci furono tanta utopia e tanta ingenuità, aggiungi. Appunto, fu così: ma guai a non dare ascolto a un’utopia possibile, e per converso guai a non disertare il territorio infido dell’ingenuità. Fatto è che, espugnate le stanze del potere, (Università, giornali, uffici-studi, marketing…), e abbandonate a se stesse le masse giovanili che ci avevano creduto, i leaders sessantottini borghesemente riposarono sulle macerie ancora fumanti, consentendo l’onda d’urto di forza contraria. La reazione si sommò ai loro e agli altrui ritorni al privato (all’interesse privato), che tenacemente perdurano abilmente coniugati con accanite competizioni planetarie e nazionali che hanno comportato di primo acchito il crollo dei valori che pure erano stati alla base di quelle che defmisci “certezze acquisite, quelle d’origine”, che però avevamo buttato a mare. Che non sarebbero state tutte valide, col mutare dei tempi; ma che comunque almeno in parte sottintendevano un sostrato etico (amicizia, lealtà, solidarietà, rispetto di regole condivise…) senza il quale una civiltà naviga verso il declino e l’uomo diventa alieno all’uomo. Se questa è la storia del nostro recente passato, scritto sulla nostra carne e nella nostra memoria; se queste sono state le direttrici dell’azione culturale e politica sulla quale abbiamo costruito le strutture portanti del nostro presente; se mai come ora il senso di solitudine, di impotenza, di devastazione fisica e morale ci ha impastato di cinismo e di “particulare”, su chi potremo mai contare per riemergere e rimettere l’uomo al centro degli interessi e dei fini: sulla prima generazione, perduta al modo della legione romana che si spinse in viaggio verso le “terre nuove” dell’ Oriente medio ed estremo, senza riuscire a far ritorno, come testimoniano un tempio con colonne ioniche e i lineamenti mediterranei di una piccola popolazione tuttora residente nel cuore della Cina; oppure sulla generazione migrata in massa, dunque perduta anch’essa, che ha ormai per patria il mondo e che reprime la nostalgia per le radici per non compromettere il proprio futuro e quello dei figli; o infime su quella che vera e propria generazione non è, non può essere, perché include intelligenze ipersensibili, e per questo probabilmente più delicate e fragili, in ogni caso non manipolabili, che hanno manifestato un unilaterale e irrevocabile “gran rifiuto”, restando spiriti solitari, scegliendo l’impegno al di fuori di qualsiasi interesse precostituito, pagando con l’emarginazione o con l’esclusione o con la persecuzione sottilmente calunniosa il prezzo della propria decisione? (E penso con rabbia mal repressa all’esperienza di tuo cugino, che ha scelto l’assenza, attraverso una dolorosa uscita di sicurezza, chiedendo asilo a un’età che per antonomasia doveva essere “dell’oro”, e che invece fu “del piombo”, alla luce delle vicissitudini del piccolo Sergio, all’anagrafe Salvatore, nato in una notte di Natale che non portò con sé alcun dono o risarcimento, né nel nome della bontà né in quello della redenzione, da offrire come segno di rimorso a un orco in abiti talari. O forse la “nuova” età dell’oro l’ha misteriosamente scoperta in questa sua sublime fuga nella pazzia: una croce, ma forse più ancora una caverna un bosco una sorgente primigenia d’una latitudine non bassa, non carsica, ma alta e siderale, al modo di quanto sosteneva nel suo “Elogio” Erasmo da Rotterdam, e altrettanto bene affermavano gli esegeti musulmani, secondo i quali i pazzi sono Santi perché hanno donato la ragione a Dio? Domande che, incontrando per caso o per avventura tuo cugino, non potrei mai porre, e non solo per mia consueta. discrezione, ma soprattutto perché, scegliendo il divino territorio della non-ragione, Sergio alias Salvatore ha attinto una cognizione del dolore sconosciuta a noi uomini ordinari, a me e a te che siamo stati teste d’ariete, abbiamo affrontato la vita e le sue insidie con determinazione gladiatoria, e ce l’abbiamo fatta, oppure no, ma nessuno può accusarci di non avercela messa tutta. E vien da chiedersi: chi è sconfitto? Chi abita una regione per noi – esseri limitati dalla necessità – sconosciuta o incomprensibile, e lì forse dà libero corso ai propri sogni segreti e slanci appassionati e avventure dello spirito; oppure chi solca le prevedibili rotte di un’ esistenza condizionata, a volte compromissoria, altre volte contraddittoria, mai veramente libera, sempre priva di un buen retiro che non sia fittizio, talora frutto tossico di un malinteso “piacere di sembrare”, di apparire e non di essere, di avere e ancora una volta non di essere? Osservala con occhio disincantato, quest’umanità banale che ci assedia: privi come sono di pensiero propositivo, pretendono di essere tutti eternamente giovani, tutti belli, tutti intelligenti, tutti sulla cresta dell’onda, visibili, presenzialisti e fatui. Miscela micidiale, il mito di Narciso alimentato da un illusorio elisir di lunga vita: l’eternità giovanilistica conseguita per i secoli dei secoli! E non è escluso che a forza di trapianti diventeremo doni interetnici, con sezioni di corpi magari criminosamente procurate, e ricostruite e innestate nel nome di ben altra follia, questa sì ignobile, perché violenta e innaturale).

La Seconda Generazione, poi. Che dalla prima per li rami deriva, sotto il profilo dell’antropologia culturale e della stessa psicologia. E a questo punto, devi avere pazienza, e formulare insieme con me qualche domanda che sta, come si suoi dire, “a monte”. La prima: – Ma c’è stata veramente, a Sud, una civiltà contadina? -. Una polemica in proposito esplose quando Carlo Levi diede alle stampe il suo “Cristo si è fermato a Eboli”, e fu il Pci dell’epoca ad assumere un atteggiamento radicalmente critico nei confronti dello scrittore e dei sostenitori dell’esistenza di quella civiltà. Il problema non era tanto quello di intendersi sul valore dell’ aggettivo (“contadina”), quanto su quello del sostantivo (“civiltà”). Rientravano in una civiltà con qualsiasi aggettivazione i bambini sfruttati per sedici ore al giorno nelle miniere di carbone della Sardegna, o quelli che smagrivano fmo a morire nelle miniere di zolfo o di sal gemma nella Sicilia; le vendemmiatrici e le raccoglitrici di olive che in Calabria, mentre lavoravano, dovevano portare la museruola per non cedere alle tentazioni della fame; le migliaia di uomini e di donne vestiti a festa (cioè di nero, colore luttuoso, con i miserabili panni che avevano indossato il giorno del matrimonio e in qualche festa comandata, e che avrebbero reindossato soltanto il giorno della loro morte) che stavano in piedi, testimoni di pietra, sulle soglie dei loro tuguri, fra le ripide scalinate scavate con il piccone, sulle cupole degli antri occupati da uomini e bestie, in quella casbah trogloditica che erano i “Sassi” di Matera, al cospetto dei quali De Gasperi scoppiò in lacrime; i mietitori del Tavoliere delle Puglie che lavoravano da crepuscolo (dell’alba) a crepuscolo (del tramonto), con l’orcio dell’acqua che passava una volta soltanto, a sole meridiano, e che, guardati a vista da un “soprastante” armato di fucile, se trasgredivano gli ordini o rallentavano il ritmo forsennato del lavoro o chiedevano un solo altro sorso d’acqua venivano esclusi dal lavoro per quella e per tutte le altre stagioni a venire, elencati in una lista di proscrizione redatta nel Castello di Federico TI, Castel del Monte, e passata di mano in mano fra tutti i latifondisti della Capitanata; e le nostre tabacchine, (delle donne anche incinte, ma guai a sapersi in fabbrica, pena il licenziamento in tronco), alle quali non era consentito neanche di orinare per dieci-dodici ore, anch’esse tenute d’occhio dalla “maestra” che traeva prestigio soltanto dal rozzo rigore con cui applicava quel che poteva applicare, vale a dire esclusivamente i divieti; e le campagne raggiunte a piedi (nudi) prima dell’alba e condotte con strumenti primordiali, buoni per l’olio di gomito, cioè per la fatica fisica, senza macchine agricole, senz’acqua, senza energia rurale, senza strade di collegamento, senza servizi minimi; e i giornalieri affamati, al pari delle loro famiglie, raccolti nelle piazze di paese in attesa di un ingaggio; e l’ineducazione sessuale, buona per sfornare cucciolate di figli candidati all’ indigenza e alla precarietà fisica (oltre che agli arruolamenti per un po’ di guerre mondiali), sebbene circolasse fin dagli anni ‘ 50 il celeberrimo “Rapporto Kinsey” che alla disoccupazione e ad altre frustrazioni e schiavitù attribuiva l’intensificarsi dei rapporti sessuali, sempre incontrollati; e via elencando? Sicuramente, c’erano i valori di cui tu parli, e io parlo; e alcuni erano valori senza tempo, vorrei dire precetti di una inconsapevole religiosità laica largamente condivisa che regolavano la vita delle comunità. Ma molti di essi erano connessi a quell ‘universo arretrato, immobile (e strumentalmente immobilizzato dalla politica dualistica italiana), con un suo proprio fuso orario, con un ritmo del tempo che non si dominava, non si accelerava a volontà, col cuore viola che faceva “tremare la terra” per le marce dei contadini che ne reclamavano il possesso: salvo scoprire, poi, a riforma agraria bene o male attuata, che era stata tutta un’ illusione, e che alla terra non si poteva chiedere più nulla. Transitando in automobile per il Foggiano, guardai e le case rurali di quella riforma. Sono ancora là, con le orbite nere, le pareti sbilenche, le stalle e i fienili desolati. Gli assegnatari, dopo poco tempo, esasperati dall’isolamento, (solo gli uomini di cultura protestante, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, hanno imparato da secoli ad abitare le campagne che lavorano), vendettero porte e fmestre, abbandonarono tutto il resto, legarono le valigie con lo spago, ed emigrarono. Si poteva defmire “civiltà” quest’inferno? Si poteva benedire un sole che, amico delle pianure nebbiose del Nord, era implacabilmente ostile nelle pianure e nelle murge luminose del Sud? Questione aperta, confronto non ancora concluso. Giudizio da tener sospeso. Ma soltanto come esercizio intellettuale.

La seconda domanda: – Se si escludono i Vespri e quella napoletana del 1799, oltre al buon riformismo di un Gioacchino Murat che, al modo dell’ultimo re svevo, il ghibellino Corradino, i meridionali fucilarono dopo processo sommario, il Sud (l’Italia) ha mai realizzato un’autentica rivoluzione? Che io sappia, no. Non proletaria, e non solo perché le masse avevano il problema del pane quotidiano, (“Franza o Spagna, purché se magna”), ed erano stremate fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto perché erano inesistenti sul piano culturale, (indici di analfabetismo più alti d ‘Europa), oltre che vessate da una violenza baronale cieca e, alla lunga, suicida. Del resto, ripercorri un po’ di narrativa e di poesia di scrittori meridionali: dopo Verga, Capuana, Pirandello, Brancati, Vittorini, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Quasimodo e Cattafi, siciliani; dopo alcune cose della Negri e dopo Lussu, sardi; dopo Répaci e Alvaro, e – per l’emigrazione – Strati, calabresi; dopo Scotellaro, Gatto, Sinisgalli, Pierro e il recentissimo Nigro, lucani; dopo alcune pagine di Cassieri, e Bodini, Tommaso e Vittorio Fiore, Accrocca, Pierri, i recenti Verri e De Donno, pugliesi; dopo il lontano (nel tempo) Jovine, molisano, e il più vicino Silone, abruzzese; dopo Marotta, Rea, Compagnone, Prisco e De Filippo, campani, poco o nient’altro ha avuto il Sud come protagonista, i popoli del Sud come matrici di narrazione, come scuola di poesia, come impronta identitaria nazionale. Non per niente l’industria editoriale è dispiegata al Nord. Non per niente la stessa Tv d’oggi è emblema di disimpegno civile, etico, didattico. E chissà perché continuano a moltiplicarsi, come per partenogenesi, le mafie, una delle quali -la più recente – imbratta anche la nostra Terra d’Otranto. E neanche borghese, e tu stesso chiarisci perché: perché gli studenti (intellettuali in nuce), una volta tornati con il pezzo di carta in tasca, vittime di un connaturato trasformismo, subito e definitivamente si integravano. I loro antichi ideali? Sbolliti gli slanci giovanili, cambiava il colore del cielo e della terra. Nuove mete: l’agiatezza, o la ricchezza (possibilmente veloce), il circolo cittadino, la scalata al potere locale con potenziale conquista di altri livelli politico-amministrativi, e, per chi aveva capito che la malattia e la morte erano i marchingegni che la precarietà fisica (la prima) e l’ineluttabilità del destino che tutti ci livella (la seconda) avevano dall’ alba del mondo predisposto per gli uomini, lo stetoscopio e i paramenti sacri diventavano strumenti di dominio sugli altri. E non sono del tutto convinto che “gli studenti attesi a lungo”, una volta tornati e burocratizzati tra le griglie del loro lavoro e delle loro nuove relazioni, sentano davvero il tormento per ciò che hanno rinnegato. Ho motivo di dubitarne, ma forse è il mio scetticismo a condizionarmi (però sapessi quante energie ho speso per evitare che tanti idealisti diventassero, come sono poi diventati, apostati!), e dev’essere la mia ragione a frenare l’antica passione, rendendomi misuratamente diffidente. Il trasformismo rappresenta lo zoccolo duro della storia meridionale. Che è sempre stata una storia senza indulgenze e senza innocenza. E intanto coloro i quali avevano immaginato un progetto e lo vedevano fermo per le diserzioni, oppure osteggiato perché non conformista, continuavano ad emigrare, il loro spirito inquieto e la loro indole inappagata non potevano accettare l’appiattimento delle idee, la caduta dei valori fondanti, lo svilimento delle istanze rinnovatrici, le abiure, le tattiche del voltar gabbana, le compromissioni, i baratti… Questa è cronaca di un numero infinito di giorni di passione, da altri incompresi, e più ancora elusi per tornaconto oppure per viltà. E’ il filo rosso della generosa disposizione d’animo dei vinti che anche da soli, e talora irrisi dagli stolti costretti ad autodifese senza ritegno, si erano battuti per tutti. Ma chi ha memoria, chi vuole aver memoria nel profondo Salento, a sud del Sud?

Certe volte mi sorprendo a immaginarti intento al tuo lavoro. Tu macinavi (macini ancora, presumo) le terre per creare i tuoi colori. E pure questo fa parte del nocciolo umanistico che si era impossessato di te, e che continua a non mollarti. Dunque, ti penso su alte scale, intento a rigenerare affreschi con la testa girata all’ insù, al modo del ruvese Cantatore quando dipingeva le volte delle ville lombarde che – mi diceva – così tornavano in vita, rianimate centimetro dopo centimetro, pennellata dopo pennellata. Simultaneamente cerco di disegnare il profilo di tuo cugino e di indovinare i suoi gesti, i comportamenti, il suo modo di relazionarsi, anche – ma è molto più difficile – i pensieri che racchiude la sua anima in esilio volontario. “Siamo cresciuti, e vorrei che tu te ne accorgessi”, gli scrivi. E’ il tuo strenuo vitalismo a suggerirti l’esortazione. E’ la tua gran voglia di vivere la contemporaneità, ma ricordando chi sei e da dove vieni, a suggerirti la continuità dell’ impegno, il tentativo di recupero degli ideali non del tutto annientati dall’ indifferenza e dalle ipocrisie del mondo, la loro proiezione nella sfera della Terza Generazione: “Non di quella attuale, fredda e calcolatrice…, ma di una generazione nuova, con più orgoglio e dignità… Forse quella ideale”. E intanto, delinei il proposito di ricompattare gli sparsi e i dispersi per ricostruire una storia “altra”, per scagliare una sfida all’intero millennio che ci sta di fronte: la scommessa è apodittica, tu comunque sarai lì (al culmine del percorso catartico) ad aspettare chi, ripresa la saggezza dell’età e la forza della ragione, abbandonata la latitudine aurorale della fanciullezza, tornerà adulto fra adulti, fra compaesani ridiventati popolo, comunità solidale. Coinvolgente utopia, da sintonizzare lungo l’asse Supersano-Parma. E, in tutta la sua sostanza antropologica e storica, spericolata negazione di ciò che noi salentini realisticamente siamo: “Un popolo di individualisti nello stesso tempo di elegante ironia e di lezioso sentimentalismo, un colto e risoluto coacervo di monadi solitarie che riproducono soltanto in se stesse, nella loro sfera esistenziale, nella loro orgogliosa e schiva temperie, nella loro simultanea disposizione al sogno e al progetto, le strutture intellettuali e sociali della realtà che li circonda. Essi sono consapevoli di abitare una terra di mezzo, una penisola della maggiore Penisola. Sanno anche di avere occhi che guardano alle Colonne Occidentali che non sono più paradigmi della paura e della sfida, e cuore che batte ad Oriente, trepidante per l’antica Madre. Sono, allora, quello che furono in ogni tempo: uomini scalpellati da una Storia più tragica che grande, anime in guardia su stolte pianure di acqua e di sabbia. Erratici menhir”. Chiedo scusa per l’ autocitazione, e concludo. Non amo il termine “speranza”, perché nel suo nome sono stati ideati e portati a compimento gli inganni più saturnini per il Sud. Inganni la “California della Penisola”, le “frontiere degli anni ’80”, la “Sylicon Valley del Mezzogiorno”, la “redenzione dell’osso appenninico con allevamenti intensivi” e altre corbellerie politico-favolistiche con le quali ci hanno menato per il naso almeno dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Tu hai speranza. Dici di avere speranza, e la connetti a una generazione ideale. Voglio aver torto, scommettere sulla tua speranza, ricorrere alla tua Cassazione e perdere la partita, richiamare in vita una speranza che da tempo ho stoicamente ucciso e riconsiderarla dura a morire. Regredisco consapevolmente agli anni giovanili, quando le speranze imperversavano, speculari alle tecniche dei bidoni puntualmente realizzati. Faccio anch’io un salto indietro, falsifico i paradigmi anagrafici. Affilando la ragione, però. Altro non posso concedere.

Niente e nessuno cancellerà i segni inquietanti che ti ha scavato dentro (e che traspaiono sulla tua pelle) l’universo che, emigrando, ti sei lasciato alle spalle, questo è pacifico. Come niente e nessuno potrà mai distoglierti dall’ idea che tuo cugino possa fare il percorso a ritroso, dopo il viaggio nella non-ragione, con un transfert che rimuova le pagine nere della sua vita e lenisca anche il tuo cruccio per la sua condizione attuale, che ferisce la tua sensibilità e ti fa riaffiorare la nostalgia dei giorni delle grandi (e belle) affabulazioni con lui. L’augurio è che questo possa in qualche modo accadere, che scatti un folgorante meccanismo, che so, fisico o chimico o d’altra misteriosa o sublime natura, che riporti su coordinate contemporanee la fanciullezza che finora ha protetto e forse salvato un innocente; e che tu (insieme con lui) possa riattualizzare i tuoi (e vostri) ricordi, aderendo ad essi come se fossero appena di ieri, rimettendo in moto lo scambio di idee, conoscenze, progetti, e quant’ altro contribuiva a unire, e non a spezzare, le vostre giovinezze e il vostro pensiero. Ti siano propizi i giorni e le opere, Ezio. Siano lievi i giorni e i pensieri di Salvatore: e possa finalmente dormire, ora che avete rianno dato i fili sospesi per dodici anni. Se non vi pesa l’ombra di una compagnia, aspetterò con voi, discretamente invisibile, le cifre ultime del bilancio millenario, nel nome della verità “che è sempre senza colpa”. Da questa o dall’altra riva, in qualunque cono cosmico mi sia concesso l’ultimo asilo. Aldo

Dalla Casina Ascanio Ognissanti 2004

 

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