Marisa Prete – Il dolore mansueto nei dipinti di Ezio Sanapo

Il dolore mansueto nei dipinti di Ezio Sanapo

Reali o leggendari, gli animali hanno sempre avuto una posizione privilegiata nella storia dell’umanità e quindi anche nella storia dell’arte. Sin dalla preistoria infatti essi sono stati oggetto di rappresentazione, rivestendo significati culturalmente e storicamente variabili. Dalla notte dei tempi, le creature animali hanno incarnato simboli e allegorie, divenendo figure archetipe, divinità oggetto di culto o simboli ad esse legate, pur con sostanziali differenze tra una cultura e l’altra.

Troviamo figure animali anche nei quadri di Ezio Sanapo, pittore nato e cresciuto nel mio stesso paese di origine, Supersano, disteso ai piedi di una collina nel basso Salento, in Finis Terrae, dove l’Italia si protende nel Mediterraneo verso la sua culla millenaria, la Grecia. Una terra in cui ancora oggi, qualche volta, nelle sere d’estate, si odono echi di quella antica civiltà risuonare negli sfrenati e sensuali ritmi della pizzica, che sfiniscono le danzatrici nella vertigine del ballo.

Classe 1948, Ezio Sanapo è figlio di quella terra; eppure nelle sue opere il Salento assume i confini più ampi del sogno, in cui i personaggi si muovono in un dormiveglia sospeso, al di fuori dello spazio e del tempo. Le atmosfere diafane e impalpabili delle sue opere sono teatri metafisici in cui i personaggi, umani o animali, partecipano tutti indistintamente a un dramma comune, che comincia innanzitutto dal rapporto con lo spazio vuoto in cui sono immersi, all’interno del quale l’incontro e la comunicazione non possono aver luogo, perché quel vuoto è esso stesso una presenza, che isola le figure racchiudendole in confini invalicabili.

Nelle tele di Ezio Sanapo la solitudine e l’alienazione dell’individuo, relitto della vecchia civiltà contadina, si consumano in spazi che ricordano la sua calda terra d’origine, ridotta a un’essenzialità e a un’indeterminatezza onirica, che sprofondano nella struggente evanescenza dei ricordi di infanzia. Le strade, le architetture, gli stessi personaggi hanno una consistenza materica sfumata, rarefatta; un miraggio catturato e immobilizzato da colori morbidi e sommessi. Scenari di teatri metafisici, si diceva, in cui tutto rimane sospeso in un senso di attesa.

La capra di Notturno (2010) dorme e si sorregge spingendo con la fronte contro la parete. Eppure questa scena non ci comunica la sensazione piacevole del riposo notturno, ma con la sua forza poetica colpisce i recessi profondi del nostro sentire e ci infonde qualcos’altro, un sentimento amaro, che prosciuga le parole: il senso oscuro del male di vivere. Questa immagine lo condensa in un gesto semplice, chiuso, bloccato, una situazione senza via di uscita, dove anche l’ambiente, ridotto a uno spazio limitato e scabro, esprime bene la stessa costrizione interiore e la stessa impotenza, quella solitudine dello spirito che è malessere quotidiano e inespresso.

La contrapposizione tra le scarne linee verticali e il movimento orizzontale della capra crea una tensione inerte, un equilibrio composto e dimesso tra la spinta cieca dell’animale e l’indifferenza del muro.

Sembra di riascoltare le parole di Umberto Saba, che nel belato della sua capra solitaria “sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita”, perché “il dolore è eterno” e affratella tutti gli esseri viventi. E tuttavia qui la capra non bela disperata come nella poesia di Saba, ma rimane rigida e muta, in un dolore inconsapevole e innocente, una rassegnata ostinazione a tenersi in piedi, contro una parete altrettanto rigida (unico sostegno consistente e possibile), a partecipare di quel male cosmico che tace nella notte, sotto una luna di leopardiana memoria.

E’ un dolore mansueto, quello di questi animali. In questo paesaggio urbano deserto e astratto, evanescente ed etereo come il sogno, anche il cavallo ha un muro davanti da cui può solo affacciarsi. Ancora un’azione bloccata, ancora un personaggio confinato, recintato, collocato nel vuoto.

Il paesaggio surreale di una capra distesa in un campo deserto all’ombra di un parasole verde a fiori, che la ripara dalla canicola, non può che arrivare dai recessi del sogno, o forse da quelli di una insensatezza che sa essere anche elegante e composta. Cosa vuole dirci questa capra solitaria, legata con una corda a un puntello piantato nella terra? Qual è il suo messaggio? Forse non ce l’ha, forse è solo l’immagine di una follia decorosa che ci blocca lo sguardo e ci sconcerta. Intanto pensiamo: se una corda tiene prigionieri e la terra è arida e spoglia, è sempre bene avere un ombrellone a fiori che ripari dai raggi del sole che brucia. Verde come l’erba, assente nel paesaggio. Un’illusione che consola.

Anche qui l’impossibilità del movimento e della fuga, anche qui quel male di vivere che è sostanzialmente impotenza, inerzia, immobilità. E’ un’immagine accostabile al rivo strozzato e alla foglia riarsa di Montale, situazioni quotidiane in cui si riscontra un crudele incepparsi delle cose. Ma in questo caso la nota surreale di un ombrellone a fiori può dare il miraggio di un sollievo, per quanto effimero, a quella condizione dell’esistenza che è uno ‘stare soli nel deserto sotto il sole, legati a un paletto di ferro, con lo sguardo rivolto a un orizzonte vuoto e lontano’.

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