Marisa Prete – La natura inquieta nelle opere di Ezio Sanapo

La natura inquieta nelle opere di Ezio Sanapo

Nella vita di un uomo ci sono due orizzonti. Uno è quello interiore, formato dai propri vissuti e dai propri sentimenti, a cui diamo il nome di “anima”. E’ un mondo invisibile e recondito, che gli artisti cercano di rappresentare penetrando l’espressione del volto, le sfumature dello sguardo, la luce degli occhi, la postura del corpo. L’altro orizzonte è il primo referente dell’essere umano, cioè la “natura”, ed è il mondo visibile che vive al di fuori dell’occhio umano, all’interno del quale l’individuo si rappresenta collocato e che accoglie la proiezione di quell’orizzonte interiore. Da una parte lo sguardo dell’arte ha una direzione introspettiva, dall’altra segue il cammino complementare dell’indagine del rapporto, conflittuale o armonioso, tra uomo e natura.

La rappresentazione della natura è diventata lo schermo sul quale l’uomo ha proiettato le proprie passioni, la propria visione del senso della vita e del suo stare al mondo.

Ezio Sanapo è nato e cresciuto in un piccolo paese dell’entroterra salentino, Supersano. Se si guarda la cartina geografica, si scopre che è proprio al centro della penisola protesa tra l’Adriatico e lo Ionio. Uliveti a perdita d’occhio; interminabile pianura appena increspata dai dolci rilievi della Serra. Dalla sua cima, nelle giornate limpide, si possono vedere il mare e le montagne dell’Albania. La terra dei campi è rossa. Bassi muretti di pietre a secco segnano i confini, grondanti delle pale carnose dei fichi d’india. Ogni tanto si apre una piccola ferita, un breve fossato cosparso di canne dai verdi piumacchi. Non ci sono fiumi e corsi d’acqua in Salento. Le sorgenti sono racchiuse tutte nelle viscere della terra e non fuoriescono all’esterno. Scorrono nel sottosuolo, profonde e inquiete come i sogni ricorrenti, corrosive come i sensi di colpa.

E’ questo lo scenario dei quadri di Ezio Sanapo, un paesaggio che nelle sue tele sfuma nelle tonalità del sogno e della visione. La natura non fa mai da sfondo, ma è sempre protagonista, insieme ai personaggi, nel creare il senso di una distanza, di un conflitto atavico e tuttavia necessario tra l’uomo e le cose della terra. La natura è una presenza viva e inquieta, ma segue delle leggi proprie. Non è madre amorevole, non avvolge in abbraccio, non consola. Questa natura rimane spesso indifferente, o si erge ostile, alle sorti umane. Essa ha come un sostrato spirituale, a cui ci si può accostare solo con il sentimento e il rispetto delle cose sacre.

Ne Il canneto, una donna si avventura con passo sicuro nell’intrico impenetrabile di un bosco di canne. La tela ha un’atmosfera sospesa e misteriosa, come se ci trovassimo di fronte a un rito misterioso che si perde nella notte dei tempi. Nelle tele di Ezio Sanapo, le donne hanno sempre qualcosa di sacrale, che le rivela depositarie di antichi segreti millenari. Forse perché, lungo i secoli, la donna è stata in grado di costruire un suo spazio di libertà solo nel profondo della propria interiorità e, nello stesso tempo, ha dovuto anche imparare a celarlo bene, a renderlo non immediatamente decifrabile, labirintico, proprio come questo canneto. Efficace metafora della complessità dell’animo femminile, spesso oscuro, impenetrabile, a volte inaccessibile, il canneto è la natura che spaventa con il suo intrico, che minaccia di inghiottire nelle sue viscere materne, e nel quale tuttavia la donna s’introduce sicura, come sacerdotessa custode del mistero.

L’uomo, invece, non ha lo stesso coraggio e lo stesso senso del sacro. Per questo rimane al di sopra della siepe, alla superficie dell’intrico, non accettando il rischio di lasciarsi avvolgere da esso, di penetrare nel mistero insondabile dell’intreccio.

L’uomo cerca di addomesticare la natura, di modellare gli alberi secondo forme geometriche perfette. Ma, durante la notte, quella stessa natura ritrova la sua selvatichezza indomabile e ritorna ad essere una minaccia avvolgente, che incombe sulle cose umane.

La natura non asseconda i sogni degli uomini. Ha una sua anima selvaggia, che non si lascia ammansire. Ha scopi e tempi tutti suoi, che non coincidono con quelli dell’uomo, proprio come queste lumache che scappano dal paniere.

Gli eventi e i manufatti umani sono poca cosa di fronte alla presenza incombente della natura. Rimangono piccoli e distanti, inessenziali ed effimeri come visioni lontane nella notte, mentre la terra o la tempesta avanzano inesorabili e minacciose.

Non sono mai azzurri e limpidi i cieli di Ezio Sanapo. Con i loro grigi vorticosi, appaiono sempre forieri di  messaggi di sventura. La natura è un oracolo che manifesta le sue profezie. Il ragazzo con la fionda è una tela ispirata alla tragica storia di un giovane di Supersano, Piero Musio, morto a tredici anni in seguito al crollo del solaio di una casa che l’impresa edile che lo aveva assunto in nero stava ristrutturando. Un’assurda morte per lavoro, un destino atroce per un ragazzo nel fiore dei suoi anni. In questa tela l’albero spoglio di ulivo (l’ulivo è un sempreverde. Un ulivo spoglio è un albero morto senza speranza) e il cielo grigio che turbina nelle sue spirali dense, come di gesso, sono presagi funesti di un destino crudele, tanto più dolorosi se riportati al sorriso fiducioso del ragazzo, che ci guarda con la luce dei suoi tredici anni. L’albero si protende alle sue spalle come un oscuro angelo della morte, pronto a ghermirlo con i suoi rami secchi e appuntiti. Anche la terra è un tappeto di geroglifici oscuri, dall’aspetto nefasto

Ha le sembianze di uno spettro questo ulivo chiaro e senza vita. Un fantasma che danza nella notte al ritmo delle musiche antiche di quella regione. Spirito giunto a reclamare il prezzo di una civiltà che ha rinnegato le sue origini e maltrattato la sua terra. Perché la natura di Ezio Sanapo non è madre che consola, ma dea inquieta e potente, forza oscura da rispettare e semmai lasciarsi possedere.

 

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